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Claudiaexpat, marzo 2009

Età adulta. Emancipazione dei figli. Nido vuoto. 

All’interno di una teoria vincolare è impossibile considerare le singole tappe come compartimenti stagni. Nella vita adulta sono i rapporti coi bambini a mettere in discussione ciò che era “stabilito” e suscitano risposte che cambiano nel corso del ciclo vitale.

Allo stesso modo le varie realtà che i diversi paesi presentano potranno porre in discussione i modelli stabiliti della famiglia. Questa famiglia dovrà quindi accettare le differenze flessibilizzando le sue regole o rendendole più rigide, a seconda della sua struttura e modalità.

Per dare il via ai cambiamenti durante le transizioni nel ciclo vitale della famiglia, gli adulti devono confrontare le antiche esperienze che hanno avuto, come figli, con i propri genitori, e quelle che hanno attualmente coi propri figli in qualità di genitori. Nel normale sviluppo di una famiglia, la crescita include la perdita di vecchie regole di relazionamento e l’acquisizione di nuovi apprendimenti.

La tappa dell’età adulta è un momento di transizione, di riposizionamento della vita e di lutto per varie perdite. I figli sono già più indipendenti. Comincia la fase dell’università, e con essa le separazioni che sono causate da questioni pratiche (l’università si comincia e finisce in un paese e può darsi che non coincida con la nuova residenza dei genitori). In questo caso la separazione non è la conseguenza di una maturazione graduale. I figli restano soli, a volte, troppo presto, e i genitori (soprattutto le madri) sperimentano una sindrome precoce del nido vuoto, prima che siano pronte, loro e i loro figli, per lasciar volare i piccioncini…

Questo “nido vuoto” è forzato dalla situazione, dato che, se i figli devono restare a studiare in un altro paese, si separano dai genitori prima che gli uni e gli altri, o entrambi, siano pronti a farlo. Qui si produce una situazione complicata, dato che la donna si sentetagliata in due tra il figlio che resta solo o i figli e il marito e la sua carriera. Fino a non comprendere perchè continuare a seguire il marito, se i figli stanno così lontani e hanno bisogno di lei.

Catalina G. attraversa un’enorme depressione quando deve lasciare una figlia che studia all’università nel suo paese d’origine e partire, con sua marito e la figlia minore, in un altro paese. Pur sapendo che sua figlia restava in ottime mani in casa di una sua sorella, non riusciva a impedirsi di sentire la frattura in seno alla sua famiglia: entrò in una grave depressione, viaggiando continuamente da un paese all’altro senza fermarsi in nessun posto, vivendo letteralmente in transito. 

Comincia adesso un periodo complicato per la coppia, che si trova sola per la seconda volta. Nella coppia si osserva un dilemma: in questo momento l’uomo ha avanzato nel suo status e posizione, e diventa più attraente per le donne giovani, mentre le donne della stessa età, la cui autostima dipende di più dall’aspetto fisico, possono vedersi meno attraenti degli uomini, gli stessi uomini che loro han seguito per il mondo, i cui figli hanno allevato e che si sono dimenticati di loro.

Comincia una tappa di riequilibrio e rimessa in discussione, soprattutto per le donne, che sentono di aver lasciato la propria vita in mano ad altri. La donna si trova con il marito, sola. Sono passati anni, molte esperienze. Si fa una revisione del passato. Si analizza come è trascorsa la propria vita e come si vuole continuare.

Anche se l’assenza dei figli tocca il padre e la madre, è nella donna che avrà l’impatto più sconvolgente.

La madre in transito, in generale, non ha potuto sviluppare una propria professione e si è dedicata unicamente al marito e ai figli. Il compito di seguire gli adattamenti famigliari è ricaduto quasi esclusivamente su di lei, e questo l’ha mantenuta occupata, quasi dimenticata da se stessa.

I traslochi non le han permesso di continuare la sua professione. Una vita intera è andata costruendosi intorno ai suoi figli, attenta alle tappe evolutive, ai loro orari, stati emotivi, ai loro successi e fallimenti.

La via d’uscita dipenderà dalla coppia e da come questa struttura la nuova realtà. Il successo o fallimento di questa fase dipenderanno molto da cosa è successo nelle fasi precedenti, dal livello di differenziazione in questa famiglia, e da come si sono attraversati i vari stadi evolutivi, che nelle famiglie migranti sono molto netti.

Quando si dice addio a un luogo, si dice addio a una fase della vita. 

Per le famiglie in transito le fasi della crescita sono molto marcate, dato che si arriva in un paese con determinate caratteristiche dal punto di vista evolutivo, e si parte per un altro in un’altra tappa dell’evoluzione. Quindi ogni fase della vita è chiaramente associata a un luogo diverso, a una geografia, persino a un odore diverso.

Gli addii e i lutti evolutivi sono molto mischiati: lasciare un paese vuol dire lasciare dei figli che erano arrivati da bebè se ne vanno da adolescenti.

Le transizioni, quindi, sono per forza di cose marcate dalle geografie. Le famiglie che nascono e si sviluppano sempre nello stesso posto non percepiscono con tanta chiarezza il passare del tempo, da una tappa all’altra del ciclo vitale. Nelle famiglie in transito tutto questo si evidenzia in una quantità di “dettagli” che vengono messi in rilievo e si manifestano nel momento in cui si fa il trasloco.

Tutti sappiamo che quando si fa un trasloco si fa una pulizia profonda, che implica rivedere le nostre cose, cosa serve e cosa no, cosa andrà nella nuova casa.

In qualche modo sentiamo che comincia una pulizia della nostra vita, lasciando cose di cui pensiamo non aver bisogno, con l’illusione di “cominciare di nuovo”.

Gli oggetti conservano gran parte della nostra storia. Se uno si disfa di una culla, è evidente che non ci saranno più bebè in una casa. Lo stesso succede coi libretti o col triciclo.

Questi oggetti ci ricordano luoghi, persone, momenti intimamente legati ai cicli vitali, alle sue crisi e varianti.

Pablo G. di 40 anni, tra la sua terza e quarta destinazione si sbarazzò di molte lettere, che conservava gelosamente dall’adolescenza; in quel momento sentiva che non ne avrebbe mai più avuto bisogno. E poi, nel suo nuovo paese, si rese conto tristemente che aveva perduto una testimonianza molto cara del suo passato. 

Quando si trasloca ogni 2, 3 o 4 anni, queste tappe sono delimitate con molto chiarezza. Ogni 3 anni si fa una “pulizia profonda”, si fruga fino a dentro l’ultimo cassetto e quindi fino all’ultimo ricordo, con la certezza assoluta che c’è qualcosa che non si ripeterà mai più.

Non si starà più lì, non ci sarà più il vicino, e inevitabilmente questa prova del tempo che passa si manifesta con tale concretezza, come se si potesse toccare il passare degli anni in ogni centimetro accumulato.

Crisi vitali intergenerazionali

Un’altra variabile da considerare, nel ciclo vitale, è quella intergenerazionale, la relazione esistente tra i progrenitori e le loro famiglie di origine.

La famiglia in transito è lontana, e arriva un momento in cui un genitore di uno dei due coniugi si ammala e/o muore.

Sappiamo che questo succede in età adulta. I nostri genitori invecchiano. E questo non lo vediamo gradualmente: lo viviamo come a singhiozzo.

Forma parte del nostro essere adulti.

Adriana C, pur andando a trovare i suoi genitori una volta all’anno, era sempre perseguitata dall’incertezza di come li avrebbe trovati. Pur parlando al telefono con loro tutte le settimane, ebbe un’impressione molto forte: “Un giorno scendemmo dall’aereo ed erano due vecchietti.”.

La vecchiaia, malattia e morte dei nonni

Per la famiglia in transito questa è una fase molto complicata che si vive con moltissimi sensi di colpa per il fatto di non esserci. E’ una situazione nella quale è molto difficile essere lontani.

Nella grande maggioranza delle interviste, i momenti più dolorosi si associano alla paura che questo accada mentre si è lontani.

In questo caso le famiglie che funzionano bene possono modificare apertamente le proprie lealtà – sia coi propri famigliari di origine che con i propri figli – man mano che lo richiedono i cambiamenti del proprio ciclo vitale, mentre le famiglie disfunzionali non riescono ad adattarsi a queste nuove esigenze.

In generale queste tappe sono molto difficili e vissute con molto senso di colpa, senza sapere bene dove bisogna stare, se con i genitori o con i figli, la malattia di un genitore quando si hanno figli piccoli, la morte del genitore: resto o vado? Lasciare i figli davanti alla malattia del padre o della madre. Dove devo stare?1

La distanza, rispetto a una famiglia estesa, fa sì che i rapporti si rivestano di una dimensione diversa. Per questo i lutti si vivono come in capitoli, ogni volta che si viaggia o si ha un contatto, perchè la persona assente non formava parte del quotidiano.

Anìbal M. perdette suo padre mentre era all’estero. Quando andava al suo paese d’origine e vedeva sua madre e i suoi fratelli, si rendeva conto realmente dell’assenza. “Di mio padre non ho visto nè la morte nè il deteriorarsi… Ogni visita al mio paese mi avvicinava di più alla sua morte… Non perchè non lo sapessi, vivendo all’estero, però sedermi lì rendeva il tutto più doloroso, direi più reale; andavo anche molte volte al cimitero… perchè poi non avrei potuto… Per quanto riguarda l’effetto su mia madre e i miei fratelli… dopo che era passato già un po’ di tempo, sentivo che la mia presenza amplificava l’assenza del papà.”

Il lutto si estende nel tempo, perchè la persona affronta l’assenza in modo ritmico e continuo. E con gli effetti di quest’assenza nella sua famiglia estesa. I lutti si vivono separatamente, e spesso la distanza accentua uno sfasamento tra i vari membri della famiglia, che possono vivere la cosa simultaneamente in un processo di lutto condiviso.

Condividere l’accettazione della morte, come l’esperienza di una perdita, aiuta a riconoscere negli altri lo stesso processo che uno vive, dà una visione delle varie fasi del lutto attraverso quello che passano gli altri.

Nel lutto privato non ci sono riferimenti. Nè del tempo nè del momento che la famiglia sta attraversando. E’ un lutto a distanza e quindi più lungo, acuto e solitario, potenziato dall’enorme colpa di non esserci o non esserci stato.