Home > Uomini Expat > Federico Iarlori di Ritals ci racconta il suo romanzo
Federico Iarlori

Federico Iarlori è tante cose, come come dice Nicola Accardo su Rolling Stonesrecita con talento, scrive con arguzia, improvvisa il jazz al pianoforte come solo i migliori autodidatti sanno fare. Ma, vuoi per la doppia paternità, vuoi per la scelta di emigrare all’estero dopo l’università, questi doni naturali non sono mai potuti sbocciare in una vera e propria carriera professionale. Eh sì, perché Federico Iarlori tra le tante cose è uno che, partendo dall’Abruzzo (splendida terra che condividiamo, come l’attuale residenza a Strasburgo), si è avventurato all’estero in cerca di qualcosa, per trovare forse altro… Lo ringraziamo per essersi aperto a noi in un’intervista.

Caro Federico, raccontaci cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per andare a Parigi?

Prima di approdare a Parigi ho fatto tappa a Milano, a dire il vero. Ma sapevo che sarebbe stata solo una parentesi. Fin da quando ero ragazzino sognavo di andare a vivere a Parigi e di sposare una francese. Ora mi ritrovo con una tedesca e soprattutto con tanta nostalgia del mio “paesello” e soprattutto del mio mare. Chi l’avrebbe mai detto. Non so quanto pagherei, oggi, per avere la qualità della vita che c’è a Ortona.

Sei stato, e sei, uno dei protagonisti della serie Ritals (in cui due italiani raccontano ironicamente le loro avventure di emigrati a Parigi). Come è nata questa serie, e cosa vi ha spinto a crearla?

Ho conosciuto Svevo (l’autore della web serie, ndr) in un call center nella periferia di Parigi. Molti di noi erano “artisti” mancati, costretti a fare quel lavoro per sbarcare il lunario. Gli ho proposto di coinvolgermi in qualità di attore in un suo progetto  (“Intibah“, un mediometraggio di 50 min.). Svevo ha quindi avuto l’idea di ritentare l’esperimento mantenendo il duo, ma adottando una forma più snella, più adatta al web. E così è nato il primo episodio di “Ritals“, “Il bidet“. Quel video ebbe un successo travolgente e inatteso e così siamo stati “costretti” a raccontare in maniera divertente e autoironica le nostre disavventure da espatriati a Parigi per più di quattro anni, ormai.


In pieno lockdown esci con il tuo primo romanzo “Se una notte a Parigi, una tedesca e un italiano” (Giunti), Puoi raccontarci di cosa parla, e cosa ti ha spinto a scriverlo? 

Quando è nato il nostro primo figlio, che ora ha sei anni, avevo appena compiuto 30 anni e non potevo immaginare che la mia vita sarebbe cambiata in maniera così drastica. Sembra un peccato di ingenuità, ma nessuno dei miei amici o dei miei conoscenti era diventato papà e quindi non avevo la più pallida idea di cosa significasse. 

A maggior ragione non sapevo cosa significasse fare il casalingo: quando è nato Nils non avevo un lavoro e quindi mi sono quindi occupato di lui a tempo pieno. In preda alla frustrazione più totale, ho iniziato a scrivere per sfogarmi. Da quegli appunti è nato un blog – che si chiama “Il Mammo” – in cui raccontavo tutto ciò che trovavo insopportabile nel dover gestire un neonato e di doverlo farlo con una femminista tedesca in casa. 

Poi ho trovato lavoro e non ho potuto più aggiornare il blog, ma ho continuato a raccogliere materiale sull’argomento. Tutto questo materiale è confluito nel mio romanzo – “Se una notte a Parigi, una tedesca e un italiano” (Giunti) – assieme a tanti altri aneddoti, in particolare a quelli relativi agli eventi pregressi: alcuni episodi della mia infanzia, le mie avventure da espatriato in Francia e tutti i dettagli della relazione con la mia attuale compagna. 

Più che un romanzo è un’autofiction, o ancora un diario, o meglio ancora una confessione, ma piena di ironia. Diciamo che non mi piace prendermi troppo sul serio. 

In pratica, racconto cosa significa essere un padre casalingo a cavallo tra tre nazionalità diverse. C’è chi lo definirebbe un diario di Bridget Jones al maschile, secondo me, invece, mi spingo un po’ più in là. Ma lascio che siano i lettori a dirlo.

Quali sono state le maggiori difficoltà nella vita all’estero, e quali le strategie per superarle (sempre che tu le abbia superate).

Federico Iarlori a StrasburgoInizio con la cosa più banale: la lingua. Sono sempre stato un asino in inglese – lo studio da quando ho 10 anni e ho l’impressione di avere sempre le stesse insicurezze – e sapevo che anche con il francese avrei avuto dei problemi, soprattutto perché quando sono arrivato in Francia non l’avevo mai studiato.

Sono sempre stato un appassionato di letteratura francese, come detto ho sempre sognato di vivere a Parigi, ma ho sempre letto tutto in italiano e non ho mai avuto la determinazione di affrontare lo studio della lingua. In più, la lingua non è solo un modo di comunicare, è anche un modo di essere: non credo di essere la stessa persona quando parlo in francese, per cui ho impiegato un bel po’ di tempo per ricostruire un altro me stesso in un’altra lingua. 

E poi, nel mio caso specifico, direi il clima, con tutto ciò che porta con sé. Se già a Milano ho avuto difficoltà ad ambientarmi, a Parigi il cielo basso, il grigiore, la pioggia, mi hanno progressivamente smontato l’umore. In più sono convinto che il clima si rifletta nel carattere delle persone. A Parigi il cielo è spesso chiuso, così lo sono i parigini. Freddi e diffidenti. Io invece sono uno che apprezza l’apertura e la sincerità. Da amante del Nord Europa, però, ammetto che sono aspetti che da un certo punto di vista mi affascinano.

Col cibo, invece, inizialmente non ho avuto nessun problema, poi mano a mano che invecchiavo sono diventato più esigente, mi sono reso conto che mangiare bene in Francia costa troppo, quindi ho iniziato a patire. Altri elementi di cui parlo nel libro – come ad esempio il razzismo -, o altre differenze culturali non mi hanno condizionato più di tanto. O almeno non negativamente. Anzi, li ho sempre considerati come una forma di arricchimento. D’altronde, ho sempre frequentato ambienti multiculturali e non mi sono mai ritrovato ad aver a che fare solo con francesi di “pure souche”, come si dice.

La tua nuova famiglia è internazionale e vivete in un paese terzo. Come ti ha cambiato e ti sta cambiando questa cosa in termini culturali?

Federico Iarlori LibreriaLa morale che mi piacerebbe venisse fuori dal mio libro è che l’Europa è meravigliosa. Non parlo delle istituzioni europee, perché non ne so nulla. Ma dei paesi meravigliosi che la compongono. La morale è che l’unione fa la forza e che per quanto ci siano delle differenze tra un italiano, un francese e un tedesco, si dovrebbe cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. 

Vivere una vita a cavallo tra tre nazioni diverse, ti permette di applicare dei punti di vista diversi (e prima impensabili) su ciascun argomento, su ciascun elemento della vita quotidiana. Prima o poi si finisce per dire: su questa cosa siete meglio voi, su quest’altra cosa siamo meglio noi, su quell’altra ancora sono meglio gli altri. Magari non è il caso di dire “sono meglio”, ma “preferisco”. Cioè, col tempo mi sto rendendo conto che ci sono delle abitudini, dei modi di pensare, degli atteggiamenti dei tedeschi o dei francesi che preferisco a quelli degli italiani. Non è scontato ammetterlo. 

Nello stesso tempo, imparo a valorizzare certi aspetti di casa mia a cui prima di lasciare l’Italia non davo alcuna importanza o davo per scontati. Credo che sia questa la famigerata “apertura mentale” di cui si parla tanto, cioè poter vedere una stessa cosa da punti di vista differenti che prima non consideravi. Ciò, ovviamente, ti rende una persona diversa e fondamentalmente speciale, perché avere uno sguardo d’insieme ti dà una marcia in più in tutto. Non parlo tanto di me, che sono solo un testimone e faccio ancora parte del vecchio mondo, ma ovviamente dei miei figli. Detto questo, non credo che un bambino nato e vissuto a Ortona, senza aver mai visto nient’altro che l’Italia, se la passi così male. Anzi. Sono sempre per il bicchiere mezzo pieno, anche in questo caso.

Federico Iarlori

La vita all’estero, cosa credi ti abbia insegnato fino ad ora?

Corro il rischio di ripetermi. Mi ha insegnato che nella vita non esiste un solo punto di vista. Che ogni cosa può essere spiegata in modi diversi, può avere dei significati e degli effetti diversi, che ogni problema si può risolvere in modi diversi. La molteplicità dei punti di vista, ecco. Da una parte significa perdere molte certezze su se stessi e sul proprio modo di vedere il mondo, significa mettersi costantemente in discussione, rendersi conto che in fondo ogni punto di vista è relativo – ecco perché la persona nata e vissuta a Ortona probabilmente se la gode molto più di me. 

Per quanto mi riguarda, volendo io fare lo scrittore, vivere all’estero ti impone un esercizio di osservazione e di riflessione sulle cose – anche le più insignificanti – che è essenziale. Essenziale non solo per scrivere delle storie originali, ma anche per stuzzicare il lettore, sfidarlo, metterlo alla prova, proponendogli una versione diversa delle cose che egli vede tutti i giorni pensando di aver capito tutto. Quando invece, spesso, non ha capito un cazzo.

Venusia Vinciguerra Veum (Venusiaexpat)
Strasburgo, Francia
Maggio 2020
Foto ©Federico Iarlori
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