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Alessandra è italiana e da anni gira il mondo. Ha vissuto in Kenya, Svizzera, Costa d’ Avorio, Isole Fiji. Ci ha già raccontato la sua esperienza di evacuazione dalla Costa d’Avorio, e ora torna per condividere con noi i suoi due parti ad Abidjian. Grazie Alessandra!!!

Ero ad Abidjan da circa un anno e mezzo quando mi sono accorta di aspettare il mio primo bimbo. Fin dal primo giorno ho dato per scontato che sarebbe nato lì, a meno che ovviamente eventuali complicazioni non avessero richiesto un trasferimento in Europa. Per me “casa” era Abidjan, ed era quindi lì che il mio bambino doveva nascere.

All’epoca, era l’inizio 2002, esistevano almeno due buone strutture sanitarie ad Abidjan, private intendo. Quelle pubbliche erano, e sono, un disastro e per chi è abbastanza fortunato da avere la scelta, cioè una buona assicurazione, partorire nella struttura pubblica è da evitare.

Partorire da espatriate significa spesso avere un trattamento molto privilegiato, concedersi attenzioni che magari non potremmo permetterci nel nostro paese. Nel caso della Costa d’Avorio una visita da uno specialista privato, con ecografia dettagliata, costava, fino al 2004, l’equivalente di 45 euro, un po’ meno senza ecografia. So per certo che privatamente in Italia lo stesso servizio costa molto di più.

Siccome mi trovavo nel paese già da un po’ non è stato difficile informarmi su chi fosse un bravo dottore, o su quale fosse la migliore struttura cui rivolgersi.
Adesso, dopo due gravidanze e due parti ad Abidjan, posso dire che sia l’uno che l’altra si sono rivelate davvero ottime, soprattutto se considero il momento storico che il paese stava vivendo. Addirittura se faccio il paragone con le amiche che hanno partorito in Italia (anche in corrispondenti strutture private) ho l’impressione di essere stata seguita molto meglio, con maggior attenzione e amore.

La scelta del dottore non è stata complicata; i nomi che andavano per la maggiore in città erano due, quella che poi è diventata la mia dottoressa aveva la reputazione di essere molto brava ma molto burbera. Io l’ho amata fin dal primo giorno, e non ho mai avuto ripensamenti.
E alla fine si è rivelata molto meno burbera di quanto non fosse sembrata al primo incontro.
Ho sempre avuto profonda fiducia in lei, non ho mai dubitato delle sue capacità; per questo quando mi ha comunicato che sarebbe stato meglio procedere ad un taglio cesareo programmato, ho accettato senza esitazione. Il bimbo era comodamente seduto, e abbastanza grande, in più nel paese era stato instaurato il coprifuoco senza eccezione alcuna; la dottoressa, nonostante la sua ventennale esperienza, mi disse che non se la sentiva di rischiare che io avessi le doglie in piena notte, con il problema di raggiungere l’ospedale, in teoria con la scorta della polizia che però in quei casi non ha mai la benzina… per poi affrontare un parto difficile che probabilmente sarebbe comunque finito con un cesareo in urgenza e quindi traumatico.

Nonostante fosse possibile, e sicuro, fare une anestesia spinale, ho preferito l’anestesia totale, per un sacco di ragioni personali.
Sono entrata in ospedale la mattina, e alle 15 ero in sala operatoria, mi hanno addormentata, alle 15.10 è nato il mio bimbo, mi sono svegliata alle 15.30. Mio marito ha passato la notte con me in camera, l’unico neo è che non volevano assolutamente che mi stancassi e ho dovuto insistere per avere il piccolo con me il più possibile.

Con la seconda gravidanza le cose sono andate altrettanto bene, la mia dottoressa purtroppo non ci è stata per le ultime settimane, ma mi ha affidato ad una giovane e molto brava dottoressa. Alla fine anche quella volta abbiamo dovuto fare il cesareo, perché la piccola ha finto di voler nascere per ben 4 volte e appena arrivavo in ospedale si addormentava e mi rispedivano a casa. Quando ho visto che il termine previsto era stato largamente superato e sapendo che non avrei potuto prendere farmaci per aiutare il parto a causa del recente cesareo, ho proposto io stessa di programmare un intervento. Mi trovavo in un momento molto delicato della mia vita, la situazione del paese e alcuni avvenimenti personali amplificavano la mia tensione e la paura di un cesareo in urgenza.
Anche in questo caso quindi sono arrivata in ospedale su appuntamento, questa volta solo un paio d’ore prima perché non c’era posto e la mia bimba è nata alle 15.15, in perfetta salute.
Questa volta mi conoscevano e me l’hanno lasciata in camera da subito senza che io dovessi chiederlo.

Nel caso del primo parto l’unica cosa che mi ha provocato dolore è stato il catetere, ma non sapendo esattamente di che cosa si trattava e pensando fosse normale che facesse male non mi sono lamentata.
Quando la stessa infermiera quasi due anni dopo mi ha messo il catetere per il secondo parto, mi ha confessato che la prima volta che c’eravamo viste era molto inesperta, era praticamente il primo catetere che applicava e farlo su una “bianca” le provocava una tensione enorme, con tremore delle mani…. In effetti il secondo catetere non mi sono neanche accorta di averlo!

Conservo un ricordo molto bello di entrambi i parti, e delle gravidanze. Forse la seconda più sofferta della prima ma sicuramente per colpa della situazione nel paese. Tornassi indietro non esiterei a fare le stesse scelte, poter partorire nel paese in cui si risiede significa poter condividere ogni attimo con il proprio compagno e, se c’è già, con l’altro figlio, a casa propria. L’unica cosa che ho voluto fare in Italia, anche su suggerimento della mia dottoressa, è stata l’amniocentesi, in entrambi i casi. In realtà il prelievo può essere fatto anche in Costa d’Avorio, ma l’analisi del liquido viene fatta in Francia, con evidente rischio che nel viaggio qualcosa vada perso o confuso.

Credo che sia fondamentale, ovunque si scelga di partorire, provare fiducia sia nella persona che segue la gravidanza sia nella struttura che dovrà accogliere il nostro bambino. Sentirsi tranquilli rimane la cosa più importante durante quei nove mesi e subito dopo. Certamente un elemento da non sottovalutare è la lingua: è importante che si possa comunicare in una lingua abbastanza nota in modo da non sentirsi a disagio nell’esprimere dubbi, paure, angosce, disturbi.
Comunque come sempre, parlare con chi si trova nel paese da più tempo di noi è sicuramente utile, non solo perché si possono avere informazioni pratiche preziose, ma anche perché può aiutare a non sentirsi “incoscienti” come alle volte ti definiscono famiglie e amici in Europa quando comunichi di voler partorire in un “paese del Terzo Mondo”.
Come in molte occasioni, anche nel prendere la decisione se partorire all’estero o in patria ogni storia è diversa dall’altra e penso che il miglior criterio di giudizio sia il proprio istinto, che soprattutto quando si è incinte funziona particolarmente bene!

Alessandra

Italia

Marzo 2007