Home > Europa > Germania > Partorire a Berlino: il racconto di Martina
partorire a berlino

Siamo felicissime e commosse di ospitare il racconto di Martina, carissima amica di Expatclic, che condivide cos’ha significato per lei partorire a Berlino in un momento molto doloroso della sua vita. Grazie di cuore Martina.

 

Nel 2014, dopo due anni di vita a Berlino, ho conosciuto Sasha e qualche anno dopo abbiamo iniziato a pensare che avremmo voluto avere un* bambin*. Ci abbiamo quasi solo pensato e poco tempo dopo il nostro desiderio si è avverato.

partorire a berlinoHo scoperto di essere incinta circa a metà giugno del 2016 mentre ero a Tallinn per lavoro. Una settimana più tardi sono rientrata a Berlino, nei nostri 35 metri quadrati che da tempo cercavamo di cambiare per uno spazio più ampio.

Fin dal principio sono stata vittima di antipatiche nausee ma sempre molto emozionata. Più o meno subito mi sono messa a “studiare” per il compito che mi si prospettava, ovvero condurre una gravidanza, cosa alla quale ero piuttosto impreparata.

Una delle prime cose che mi sono chiesta è stato: dove partorirò? Su un forum di expats ho letto che a Berlino esiste un ospedale antroposofico e, memore di alcuni precedenti influssi positivi della filosofia antroposofica sulla mia vita, ho pensato di registrarmi con largo anticipo e che poi avrei deciso più in là.

Le decisioni prese d’impulso nella mia vita di programmatrice delle virgole si sono quasi sempre rivelate le più appropriate. In primis perché avrei poi scoperto che non avrei potuto registrarmi che con largo anticipo: le richieste per i piccoli ospedali sono molte e per quello antroposofico ancora più numerose.

Ospedale Havelhöhe

L’ospedale Havelhöhe

Poi ho capito che mi dovevo affrettare a trovare una Hebamme ovvero un’ostetrica, preferibilmente abile nel parlare l’inglese. Quelle scarseggiano molto più dei posti in ospedale (ma non quanto i posti all’asilo, come avrei scoperto qualche mese più tardi).

In Germania si ha il diritto ad essere seguite prima del parto ma sopratutto dopo la nascita del neonato da un’ostetrica pagata dalla propria assicurazione sanitaria. So che questo è un servizio offerto in altri paesi ma dal mio punto di vista è uno dei punti a favore del sistema sanitario tedesco; il regalo perfetto per una mamma alle prime armi!

La ricerca ha preso circa due mesi: Vanessa si è presentata a casa mia a settembre per un primo incontro conoscitivo. Ci siamo piaciute e così è diventata la mia Hebamme.

partorire a berlinoUna delle cose che non ho dovuto cercare perché l’avevo già è stata un’ottima ginecologa. La mia è stata la dott.ssa Sorge. Tutti mi chiedevano sempre perché andassi fino a Charlottenburg (dall’altra parte della città praticamente) per vedere una ginecologa. Ho sempre risposto perché parlava italiano ma in realtà con il passare dei mesi mi sono accorta che il vero motivo è che lei e il suo staff di infermiere sono molto attente e premurose e questo mi ha fatto sempre sentire rilassata e al sicuro (da notare che negli studi medici di Berlino spesso ahimè le segretarie o gli stessi medici sono piuttosto scortesi).

Già all’ecografia della tredicesima settimana (che ho effettuato presso un centro di diagnostica prenatale) ci hanno anticipato (anche se non si potrebbe) che molto probabilmente aspettavamo una bambina. La cosa è poi stata confermata (con mia grande gioia) dalla dottoressa Sorge.

Per via di una malattia genetica (come direbbe oggi Margot) “molto bruttissima” della quale sono portatrice sana, ho fatto più ecografie di controllo di quelle previste in Germania a chi ha una gravidanza sotto i 35 anni ma dopo due consulti genetici e lunghe e piuttosto tormentate riflessioni abbiamo deciso di non effettuare l’amniocentesi. Io sono stata piuttosto timorosa fino all’ultimo ma vi anticipo che è andato tutto bene e Margot non ha la malattia di cui io sono portatrice.

Nel frattempo, dopo lunghe ricerche abbiamo trovato un nuovo appartamento in affitto. La nostra nuova casa. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo spostato tutti i nostri possedimenti. L’appartamento era nello stesso palazzo, solo scala diversa. Per essere precisi io ho impacchettato e Sasha ha spostato.

La cosa è stata impegnativa ma ricordo ancora com’ero felice di avere tanto spazio da organizzare e in cui muovermi e due grandi finestre che davano su un piccolo parco-cimitero. I nostri novanta metri quadrati che anni dopo (ovvero ora, mentre sto scrivendo, in questo clima di pandemia) avremmo definito vitali.

Ho anche naturalmente organizzato un tour virtuale per i miei genitori in cui mostravo loro quanto bella era la nostra nuova casa. E loro concordavano. Il patto era che sarebbero venuti a trovarci qualche tempo dopo che Margot fosse nata.

Ho lavorato fino a sette settimane prima del parto circa e a partire dalle vacanze di Natale me ne sono stata a casa, spesso (per non dire quasi sempre) spaparanzata sul nostro nuovo divano a leggere, ascoltare la radio e fare a maglia.

A gennaio abbiamo anche fatto un bell’house warming party. Che bei ricordi, era così tanto che non pensavo a queste cose.

E intanto la mia gravidanza procedeva, tutto bene, pancia grande ma non troppo, bimba sana. Tutto bene.

Negli ultimi mesi era sempre un po’ più preoccupata di come sarebbe potuto andare il parto (ah alla fine, nonostante fosse distante, avevo deciso, con il supporto di Sasha, di partorire davvero ad Havelhöhe, l’ospedale antroposofico di Berlino), o della reale salute della bambina una volta nata, se mi sarei accorta quando si sarebbero rotte le acque, se avrei avuto bisogno di un cesareo che non desideravo affatto, eccetera eccetera.

La data prevista per il parto era il 14 febbraio. Ricordo con precisione (perché poi si ripensa a ritroso quando succedono certe cose a cosa stavamo facendo in quel preciso momento) che la domenica 12 una mia amica che aveva perso la mamma l’anno precedente era venuta a trovarmi e parlavamo fra le altre cose di come sua madre non avesse avuto la possibilità di vedere quei nipoti che magari un giorno avrebbe avuto; e di come io fossi felice che i miei genitori e in particolare mio padre fossero invece ancora qui. Perché in passato avevo temuto più volte che mio padre (per la cui salute avevo sempre avuto più motivo di preoccuparmi che per quella di mia madre) non avrebbe visto i miei figli. E insomma, invece erano timori infondati perché ormai la mia bambina era qui e mio padre non aveva nessuna malattia grave che lo avrebbe portato presto alla morte.

Da qualche giorno per vari motivi non sentivo mio padre. Il lunedì sera dopo l’ultima visita con la mia ostetrica e una cena in pizzeria con Sasha, ho provato di nuovo a chiamarlo ma mia mamma mi ha detto che già dormiva e che il giorno dopo sarebbe partito per andare in Veneto a comprare delle barbatelle con un amico/collega.

Il martedì mattina avevo la visita in ospedale. Ricordo ancora che varie volte ho provato a chiamarlo di nuovo (questa volta sul telefono perché a quel punto lo volevo raggiungere) di ritorno dall’ospedale per dirgli che tutto ancora era fermo ma la bambina stava bene. Ma non rispondeva al cellulare.

Nel pomeriggio Sasha mi dice che mi doveva parlare. Mia madre lo aveva chiamato il giorno prima chiedendogli di aspettare fino a quel momento per parlarmi e per dirmi di chiamarla perché era successo uno stupido ma brutto incidente a mio padre. Adesso era in rianimazione ma le possibilità che si riprendesse erano poche.

partorire a berlinoMio padre è sempre stato per me il più grande affetto in famiglia. Non che non ami mia madre, anzi, e di lei ho una grandissima stima per vari motivi che non sto qui ad elencare. Ma con mio padre avevo un rapporto particolare. Era uno che non parlava tanto ma io e lui ci capivamo. E mi aiutava, anche solo con una frase mi faceva andare avanti. Mia mamma, povera, che forza deve aver avuto, non voleva che lo sapessi prima che nascesse la bambina ma non ha potuto aspettare oltre. Non riuscivo a crederci.

La visita successiva all’ospedale era prevista per il venerdì 17. Ma la mattina presto del 16 ho percepito delle perdite e c’era anche del sangue. Siamo andati in ospedale e ci ha accolto l’Hebamme Christine, poco prima di finire il suo turno. Ma anche per l’ospedale il test non mostrava liquido amniotico nelle perdite e dopo un lungo monitoraggio mi hanno rimandata a casa.

Quando sono tornata la mattina dopo per il controllo previsto hanno capito che il sacco si era rotto effettivamente il giorno prima. Comunque il battito era regolare, nessun indizio di infezione in corso; hanno iniziato a somministrarmi un antibiotico e ad indurre il parto. Io, avendo diligentemente studiato su vari libri, capivo bene quello che stava succedendo e quali sarebbero state le opzioni probabilmente. Nonostante fossi piuttosto provata psicologicamente dal momento in cui mi hanno detto che avrebbero indotto il parto ho come inserito la modalità: adesso mi devo concentrare su questo e non pensare a come sta mio padre. E un po’ ci sono riuscita.

Ho passato tutto il venerdì senza contrazioni e solo il sabato verso mezzogiorno sono iniziate quelle vere, come succede spesso quando il parto viene indotto. Nel tardo pomeriggio l’ostetrica mi ha consigliato un’epidurale. Io ho accettato, anche cosciente del fatto che ad Havelhöhe può capitare che cerchino di rifiutartela più che consigliartela.

Ho visto diverse ostetriche e tre ginecologi/ghe iniziare e poi lasciare i loro turni e tutte/i mi hanno spiegato passo per passo quello che stavamo facendo e perché e quali erano le alternative e mi hanno sempre chiesto consenso prima di procedere in ogni tentativo.

Nonostante ci siano stati vari piccoli problemi, tutto il personale mi ha fatto sempre sentire come se tutto fosse a posto. Anche se c’era una piccola complicazione non c’era alcun motivo di preoccuparsi. Il battito era sempre ottimo. Io sarei stata in grado di farcela. Questi erano i loro messaggi. Mi hanno fatto sentire del tutto tranquilla e in ottime mani.

partorire a berlino

Sasha non mi ha abbandonata un attimo ed è stato un’ulteriore sicurezza al mio fianco.
Margot è nata con aiuto della ventosa alle 23:43 del 18 febbraio. Christine è stata l’ostetrica che mi ha assistito nelle ultime ore del parto. Una ragazza che ama pienamente il suo lavoro. Non la dimenticheremo mai.

Siamo rimasti in ospedale per tre giorni in camera familiare. Nella Wochenbett Station mi hanno assistito in modo eccellente per avviare l’allattamento e a tempo debito ci hanno mandati tutti a casa.

Margot con la nonna

Due giorni dopo il ritorno a casa, mia mamma e mio fratello sono arrivati inaspettatamente a Berlino. Purtroppo non portavano buone notizie, ma averli vicini è stato molto bello. Mio padre è morto il 17 febbraio, poche ore prima che arrivasse Margot. Mi piace pensare che nel mezzo dei loro opposti cammini si siano fermati, abbracciati e parlati. Anzi, ne sono certa.

Margot è sempre stata una bambina pacifica e questo mi ha aiutata molto nei primi mesi dopo la sua nascita. Ho sempre pensato che me l’avesse mandata qualcuno che mi voleva veramente bene.

Vanessa si è presa cura di me e Margot (e anche di Sasha!) per le otto settimane successive al parto in modo affettuoso ma mai invadente.

Oggi Margot ha tre anni. Assomiglia molto a me da bambina. Ha anche una sorellina adesso, ma il racconto del suo viaggio richiede un altro capitolo.

Martina Piccardo
Berlino, Germania
Maggio 2020
Tutte le foto ©MartinaPiccardo
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