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Silviaex ci racconta il suo parto a Berlino…

Sono rimasta incinta la sera stessa del mio arrivo a Berlino. Era l’agosto del 1998, io avevo appena finito una missione con il CICR in India, a Srinagar, e non vedevo Matthias da 4 mesi, da quando cioè ci eravamo incontrati a Peshawar, a metà strada tra l’India e l’Afghanistan, dove anche lui lavorava per il CICR. 5 giorni superveloci, passati ancor più velocemente tra promesse d’amore, racconti di lavoro e amici vecchi e nuovi. Avevamo deciso di avere un bambino, la prossima volta, in Europa. E così fu…

Solo che… Dicono che l’uomo alla notizia della dolce attesa spesso s’impaurisca, si perda e si ponga un sacco di domande, investito com’è da tanta responsabilità improvvisa : una famiglia ! Fu così (o quasi !) anche per il mio uomo, il quale, appena saputo della famosa dolce attesa, dopo un sorriso felice e premuroso si affrettò a chiamare il CICR a Ginevra e a ripartire in fretta e furia ancora una volta per l’Afghanistan ! Insomma, eccomi qui, a Berlino, da sola, senza casa e con una pancia che cominciava davvero a farsi notare… Siccome sono una che non si lascia intimorire, ho ‘costretto’ il mio innamorato a cercare un appartamento da affittare prima che ripartisse per la terra dei Taliban e prima, soprattutto, che la dolce attesa si tramutasse in dolcissime notti in bianco ! Detto, praticamente fatto. Trovato casa e messo Matthias sul primo volo per Ginevra, eccomi alle prese con la Germania e con il suo più importante fardello: la Famigerata Assicurazione Sanitaria.

Eh sì, diciamocelo, per quanto noi italiani ci lamentiamo (spesso giustamente) per la malasanità del nostro paese, è anche vero che il fatto di poter comunque godere di un Sistema Sanitario Nazionale ci rende più difficile capire come le cose funzionino in altri paesi. Credo di aver impiegato letteralmente 9 mesi per capire come funziona la Sanità in Germania e per capire, soprattutto, che io NON ero assicurata! Ora, dire ad un tedesco di non essere assicurati è un po’ come dire ad una casalinga italiana di non avere un bidet in bagno. Lo so, è un paragone un po’ grottesco, ma così mi era parsa la faccenda in quei mesi di serendipità dovuti al mio bel pancione (era una bambina!!) e alle mail tenere e innamorate del mio bel fidanzatone tedesco a Kabul.

Ad ogni modo, bisognava trovare un ginecologo e soprattutto bisognava trovarne uno che si fidasse di me/noi e che prendesse dunque in cura una « arme Italienerin ohne Versicherung! » (una povera italiana senza assicurazione). Finalmente, tramite contatti avuti dalla Geburtshaus (lett.: casa della nascita) dove facevo ginnastica prenatale in tedesco (…), ecco arrivare sulla scena il bellissimo Dr Konrad. Una vaga rassomiglianza con Albert Einstein, una risatona contagiosa e un inglese tipicamente teutonico, il Dr Konrad mi racconta di aver lavorato come medico volontario in molti paesi dell’America Latina e moltissimi anni in Nicaragua. Siccome il suo spagnolo è ancora più improbabile del suo inglese, lascio stare e a partire dal settimo mese, grazie ai corsi intensissimi della Volkhochschule di Berlino, mi metto a parlargli direttamente in tedesco.

All’arrivo della primavera, stranamente mite, ecco arrivare in scena anche la mia mamma. Si era deciso infatti che, dato che per nulla al mondo avrei partorito a Roma (dove non avevo una casa tutta per me…), per non offendere l’onore dell’intero casato, lei sarebbe venuta a Berlino subito dopo il parto (eh sì, almeno quella l’ho vinta..). Ma, disse subito la mamma: come faccio ad esserti d’aiuto a Berlino… se non la conosco ? Idea geniale! Così, ecco la mamma sbarcare a Tegel già ai primi di Marzo, con due valige cariche di camiciole di seta, vestitini del ’63 e cappellini del ’28 (giuro!!).

Emily

Emily qualche anno dopo

 

Devo ammettere che l’idea di farla venire a Berlino / Kreutzberg (quartiere turco di Berlino) per le prove generali prima del parto (previsto per il 26 aprile) fu veramente un’idea geniale. Mia madre infatti è una specie di Matrioska con la chiavetta di carica, non si ferma mai, è sempre in giro, salta sui tram con agilità amazzoniche e non ha paura di nessuno. Insomma, quando ripartì alla fine di marzo conosceva Berlino meglio di me, i turchi al mercato rionale la salutavano in turco e aveva già annotato quali farmacie sarebbero state di turno nelle notti tra il 26 aprile e il 18 giugno (io effettivamente non ci avevo pensato, ma del resto va detto che non avevo pensato neanche alle camiciole di seta).

I controlli dal Dr Konrad proseguivano serenamente, la bambina venne ecografata almeno tre volte e tutto sembrava andare proprio come doveva. Ad un certo punto, all’ottavo mese, il Dr Konrad mi chiese se avessi già pensato al parto. Io, stupita, gli risposi che ci stavo pensando fin da quella volta a Peshawar, ma lui tagliò corto e mi offrì un pacchetto parto-ostetrica-check medico post-partum presso la sua clinica privata nel quartiere chic di Dalhem, per una cifra tutto sommato modesta di marchi tedeschi : avrei pagato tutto al nero, così lui non pagava le tasse e io pagavo molto meno (della serie, prendere o lasciare, ma francamente, a un passo dal parto, non potevo che ‘prendere’).
Così, colpita da tanta solidarietà, accettai felice e me ne tornai a casa pensando alla mia cara amica Bianca, che aveva accettato di tornare a Berlino da Milano per assistermi nelle ore del parto. (Matthias era allora nel Panshir e non avendo linee telefoniche affidabili decisi che era meglio sbrigare la cosa da me e avvertirlo dopo…). Bianca naturalmente non aveva mai partorito in vita sua, ma questo non contava: quello che contava era la presenza calma e rassicurante dell’amica del cuore italiana nel momento più bello della mia vita di neo-mamma: le doglie.
Erano le 7 del mattino del 26 aprile: mi sembrava di avere un trapano nel ventre ed ero ormai giustamente convinta che 1) quelle fossero le famose doglie e 2) che era ora di svegliare Bianca. La quale Bianca, poveretta, però svenne subito dopo con la cornetta in mano proprio nel momento in cui avrebbe dovuto spiegare all’ostetrica di turno della clinica lo stato – dolorosissimo – delle mie doglie ! Vabbè, chiamato il taxi e caricato Bianca sul sedile posteriore, finalmente arrivammo in clinica. L’avevo visitata già con la mia mamma e sapevo che era davvero bellissima. Poichè il Dr Konrad mi aveva consigliato di fare l’epidurale, adagiata sul lettino, urlando in un italiano un po’ spinto, aspettai l’arrivo dell’anestesista. Mi avevano avvertito che era bulgaro, ma anche molto bravo. Difatti, dopo aver sentito incidere la mia povera colonna vertebrale con una specie di stantuffo gigante, effettivamente non sentii più nulla. Tutto cadde in un sonno profondo, perfino la Bianca che passò così le successive 8 ore a ronfare come un ghiro nella stanzetta adiacente solitamente adibita al conforto e ristoro dei papà. E io che non mi ero portata neanche un libro !

L’ostetrica che mi venne affidata era molto simpatica e mi parlava in continuazione per cercare di alleviare la mia noia. Peccato che parlava in bavarese stretto, altrimenti la conversazione sarebbe potuta essere più stimolante. Ricordo che era esterrefatta all’idea che non avessi l’assicurazione sanitaria e che risultassi come privat. Ricordo anche che all’arrivo non mi aveva fatto sdraiare sul lettino fino a che non avessi firmato un pezzo di carta su cui non sapevo neanche cosa ci fosse scritto.

Intanto, le ore passavano e così, verso le 17:30, ecco il Dr Konrad in persona che entra, sorride, controlla, decide e dichiara : « se non esce entro 5 minuti procediamo col cesareo, che io alle 18 stacco ». Santo cielo! Svegliate la Bianca!!

Tutte le donne che conosco ricordano perfettamente il giorno in cui hanno partorito. Il tempo si ferma fino a quando i primi singhiozzi del nostro adorato bambino ci avvertono che è finalmente arrivato. Nel mio caso invece purtroppo di tempo non ce n’era perchè il Dr Konrad alle 18 staccava e così, improvvisamente, ecco una gran folla ai piedi del lettino, dove io, giacendo nella posizione classica anti forza di gravità, iniziavo a dare spinte a vuoto nell’assenza totale di consapevolezza corporea. Una nurse cilena iniziò a urlare con me incoraggiandomi con frasi decisamente poco perbene, ma tanto, solo il Dr Konrad la capiva e mi pare anzi che si divertisse al riguardo. Intanto, Bianca, sveglia e riposata, mi faceva il bollettino di quanto stava avvenendo laggiù e fu così che tra un ‘Por Dios’ cileno ed un conto alla rovescia in tedesco puff ! ecco la mia bambina schizzar fuori da qualche parte di me ed approdare nelle mani sanguinolente del Dr Konrad…
Ce l’avevamo fatta, niente cesareo, ma che Babele

Epilogo
Sono rimasta in clinica 5 giorni, giorni che ricordo come particolarmente idilliaci.
Il Dr Konrad invece era sparito, cosicchè l’infezione vaginale mi venne diagnosticata molti giorni dopo, con complicazioni ovvie. Ma la mia bambina era sana e perfetta ed era diventata famosissima in tutta la clinica, le partorienti, le neo-mamme e le infermiere, tutti venivano a vederla ed esclamavano estasiati « ohh, guardate, ha i capelli !! ». (In effetti è risaputo in Germania che i bambini mediterranei assomigliano a delle scimmiette a confronto dei pargoletti teutonici lisci e vellutati come uova di velluto).
Il 30 aprile, Matthias, in vacanza premio parto di una settimana, venne a prenderci in clinica per portarci a casa. E quando lasciammo la clinica con la piccola Emily vestita a festa, con le sue camiciole di seta, tutine coordinate e cuffiettine Liberty, tutto il personale venne a salutarla in un « ohh, das kleines italienische madchen, soooo chic !! » eh si, ce l’aveva fatta anche lei !

Silviaexpat
Skopjie, Macedonia
Maggio 2007

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