Home > Famiglia e Bambini > Gravidanza > Partorire da espatriata… ma in Italia

Quanto è difficile decidere di rimpatriare per vivere una gravidanza più sicura? Quanti e quali sono i problemi che nascono dal non avere a fianco il proprio partner giorno dopo giorno, mentre la pancia cresce? Emanuela, la nostra “Perlina” sui forum, ci racconta la sua esperienza: il piccolo Federico è stato concepito in Libia, ma è nato in Italia. Grazie Emanuela per la tua testimonianza!

Rileggendo il mio diario della salute in gravidanza, ho trascorso i 2/3 con vari disturbi, dai più lievi e prevedibili, fino ai ricoveri in pronto soccorso e ospedale. I primi 40 giorni, nulla, sono stata benissimo, li ho trascorsi in Libia allegramente e accanto al mio compagno. Non so se è stato un caso, certo è che poco tempo dopo il rientro in Italia, i disturbi sono cominciati a comparire.

D’altro canto prevedevo una gravidanza difficile, un po’ per l’età avanzata (40 anni) ma soprattutto perché avevo già subito un intervento dieci anni prima e nel frattempo si erano ripresentati i disturbi che immaginavo avrebbero creato dei problemi. Meriterebbe un capitolo a sé la scoperta dell’avvenuto miracolo, credo che a qualsiasi latitudine, non ci si capaciti che sia veramente successo: feci il primo test di gravidanza una mattina di settembre, questo appariva debolmente positivo – una linea rosa impercettibile – presi il risultato con sangue freddo e gran cautela dato che lo stick era scaduto (da pochissimi giorni…) ed era passato attraverso un viaggio aereo nella stiva ad alte temperature. A Tripoli i test di gravidanza in stick (di produzione americana) costano 1 dinaro cioè 0,70 centesimi!! ne comprammo 3 per sicurezza e poi li posi in borsa dimenticandomeli (insomma… quasi). Dopo una giornata trascorsa percorrendo la costa cespugliosa da Tripoli alla Tunisia alla ricerca infruttuosa di una spiaggia attrezzata e nutrendoci di favoloso pane locale, arrivata sera decidemmo di rientrare a casa. Io infilai la porta del bagno e rifeci il test: nettamente positivo; si entra in una specie di tempo al rallentatore… La notte dormimmo poco e il mattino dopo la routine riprese ma con un velo rosato davanti agli occhi.

La sanità in Libia è purtroppo rimasta arretrata, soprattutto a causa dell’embargo che è stato tale anche a livello scientifico, la strumentazione pure, così almeno mi dicevano; solo le strutture edilizie e gli ambienti sono moderni. In sintesi, non se ne parlava di affidare il mio preziosissimo chicco di riso e la mia salute a una situazione che richiedeva di sicuro frequenti provvedimenti medici: a poche ore di volo mi attendevano delle ottime strutture come la Mangiagalli o gli Spedali Civili. Abitavo in Libia da maggio, rimasi incinta a fine agosto, non avevamo ancora acquisito e radicato abitudini tali da sconvolgere equilibri, anche il mio compagno non si pose il problema. A fine settembre rientrai in Italia, così nel frattempo potei anche riprendere a lavorare qualche ora.

Certo è stato triste e ingiusto trascorrere i momenti più importanti e pregnanti della mia vita lontana dal mio compagno: non abbiamo vissuto insieme la prima ecografia (né le successive), la più emozionante, quella in cui il ginecologo mi disse “ecco quel puntino che pulsa è il cuore di suo figlio”. Ingiusto che il papà non abbia sentito queste parole, il compiacimento degli amici che scoprivano la notizia, condiviso e gustato ogni piccola e grande emozione, gioia, angoscia, dubbio, sorpresa… Fortunatamente lui ogni 30-40 giorni rientrava in Italia per lavoro per cui un po’ la situazione si è alleggerita ma insomma, la quotidianità ci è mancata, tanto più che sono una che sente molto il bisogno di condividere le emozioni, figuriamoci una gravidanza… Le telefonate quotidiane, webcam, skype, ecografie e fotografie del mio pancione che lievitava hanno compensato un pochino per fortuna, certo che con un orso poco loquace come il mio fidanzato il contatto è mancato. Ad esempio la scelta del nome: non è stato possibile sceglierlo accoccolati sul divano col “libro dei nomi più belli”, il tempo passava e un nome che piaceva ad entrambi non è mai uscito, questo problema non è stato una conseguenza diretta della lontananza, la prossimità comunque avrebbe facilitato un accordo. Alla fine il nome lo scelsi io.

In due occasioni l’ho fatto precipitare sull’aereo per raggiungermi, una ovviamente al parto, anticipato di 12 giorni e poi rimandato ma di poco, mentre la prima volta alla 13° settimana di gestazione a causa del ricovero in ospedale per iperemesi (non tenevo in corpo nemmeno l’acqua presa a gocce per cui mi sono disidratata).L’amniocentesi no, da sola no: l’ho preavvisato, programmato, prenotato e mi sono fatta accompagnare… che sollievo poi scoprire che non era così complicata né dolorosa, me la sono proprio gustata quella giornata di fine novembre (e che sollievo il risultato successivo).

Il lavoro del mio compagno non agevola molto i viaggi improvvisi e le assenze prolungate (tre giorni sono tali) per cui anche lui non ha avuto la vita facile, per fortuna dal canto suo non ha problemi a risolvere eventi imprevedibili, a viaggiare e noleggiare auto all’ultimo momento. Non avevamo ancora stabilito dove prendere casa per la nostra imminente famigliola per cui – priva di un nido italiano – ho dovuto tornare alla casa d’infanzia; questo è stato un bene da un lato, perché ho ripescato vecchie piacevoli abitudini, luoghi e amicizie ma soprattutto una cura familiare ad una gravidanza complicata, cura che per fortuna ha in parte compensato l’assenza del mio compagno. Di contro questa situazione è stata controproducente dopo la nascita del bimbo, poiché mi sono sentita in un limbo, privata della “mia” famiglia, della gratificazione di gestire me e mio figlio in totale autonomia e libertà, sottoposta talvolta a interferenze non richieste.

Ho patito il fatto di non avere un nido, una casa tutta nostra: una casa dove ricevere i doni degli amici e parenti, sentire i vagiti e le proteste del piccolino, dove sperimentare i cambi di pannolino e i bagnetti e soprattutto non ho goduto dell’emozione di preparare la cameretta del bebè, un’emozione che sicuramente sarebbe stata godutissima anche perché amplificata dagli ormoni della gravidanza.

Il parto cesareo programmato fu anticipato perché il piccoletto dava segni di voler venire al mondo prima della “due date”; alle 8,44 vide la luce, io mi aspettavo un ragnetto stropicciato e invece era già bellissimo con la sua pelle color cipria e la testolina tonda e pelata, l’orgoglio di papà a cui dicevano, “è bellissimo, ma è italiano? no vero?” Non ho mai capito perché… Il post parto, è andato così così, ma per fortuna mi sono ripresa velocemente dopo le dimissioni dall’ospedale, purtroppo però la presenza del mio compagno è stata brevissima: una settimana sola dalla nascita del bimbo. L’appoggio morale e soprattutto pratico (leggi uso dell’automobile e relative commissioni) sono mancati, la cosa però non mi ha sconvolta più di tanto, non ero una candidata alla depressione post parto evidentemente. Ho sofferto di baby blues, quello che si prova i giorni immediatamente dopo la nascita,ma depressione e sconforto no. Arrabbiature parecchie, su diversi fronti, ma adesso avevo la cosa più bella della mia vita. Alla stesura di questo articolo mi sto accingendo al ritorno in Africa: il mio timore maggiore è quello di un’assistenza medica d’urgenza: non so se c’è qualcosa di simile a un 118, spero di non averne mai bisogno, comunque ho intenzione di arginare il problema frequentando un corso di pronto soccorso.

Altra domanda che mi pongo è: quanto tempo impiegherò a riadattarmi alla nuova-nuovissima vita? (che avvenga l’adattamento è scontato, è solo una questione di tempi). Io credo che già il fatto di avere un figlio ti modifica la vita, cambiare località è solo una variante a questa novità e magari aiuta, cioè il tuo bambino ti dà una marcia in più, motivazione e voglia di affrontare le cose. L’altro dubbio che mi preoccupa è se sarò capace di far diventare agevolmente e senza scossoni la diade mamma-bambino in triade genitori-bambino, come natura vuole. Magari è un problema solo ipotetico e non esiste, non si presenterà, ad esempio durante le vacanze e le permanenze del mio compagno non ci sono state difficoltà in questo senso, ma la domanda non riesco a fare a meno di pormela, perché sei mesi sola (si fa per dire…) col mio piccolo hanno fatto sì che si siano create relazioni intime esclusive tali che magari risentiamo del cambio di equilibri, ma appunto è una questione teorica che mi pongo preventivamente e forse inutilmente.

Emanuela
Italia
Dicembre 2008