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Questa è una storia che abbiamo ricevuto nell’ambito del concorso Riflessi di Viaggio. Ringraziamo Sue, che ci permette di pubblicarla per questo speciale aggiornamento sul nido vuoto. 

Giugno 2014

 

“Empty Nester” http://www.thefreedictionary.com emp′ty nest′er
n. una persona i cui figli sono cresciuti e non vivono più a casa.

“Expat” http://www.thefreedictionary.com (kspt) n. una persona che è volontariamente assente da casa o dal suo paese

Sto singhiozzando, in piedi davanti a una palma Talipot, la Corypha Umbraculifera, in una canottiera blu inzuppata di sudore, e con rivoli che scendono dalle gambe e bagnano le calze.

Ho corso dall’entrata principale dei Giardini Botanici di Singapore alla fine di Main Gate Road. I cancelli sono lavorati in ferro battuto e hanno lo stesso colore grigio chiaro del cielo di Singapore al tramonto. Ho continuato lungo un sentiero stretto costeggiato da varie specie di piante, alcune sufficientemente alte da dare sollievo in questa giornata inevitabilmente gialla. Il sentiero sbuca su un prato. O per essere più precisi, sul Prato D, tra la Swiss Granite Fountain e la Holttum Hall.

Talipot palmE lì sono arrivata all’albero. “Guarda in su”, mi esortava un cartello, e nel farlo ho visto quello che sembrava un candelabro al contrario che spuntava dall’alto della palma e la sovrastava con le sue foglie a ombrello. Mi son sentita riscaldare e ho sorriso nel rendermi conto che ogni braccio era costellato d’infiniti piccoli boccioli verde smeraldo. Quei minuscoli fiori, ho poi scoperto, sono di un bianco luminoso al mattino presto, e diventano dorati al tramonto.  Il tronco dell’albero è avvolto da rampicanti verdi ricoperti di foglie verde bottiglia come la stanga di un barbiere ricoperta di pois verdi. L’albero ha il morbillo verde, ho pensato.

Dopo l’esortazione, il cartello introduce l’informazione sull’albero con una frase: “Ogni fine è un nuovo inizio”. Ho smesso di correre e ho continuato a leggere. Ho imparato che questo albero di circa ottant’anni fiorisce una volta sola nella sua vita e muore dopo aver prodotto ventiquattro milioni di fiori e si spera qualche seme. Ho cominciato a piangere, ho messo le mani sui fianchi e ho tentato di respirare. Sono satura, soffoco, in questo nuovo ambiente tropicale dopo aver vissuto sette anni nel deserto, e sono anche satura di emozioni.

Cosa provo? Tristezza, che questo albero possa produrre un tale spettacolo –apparentemente solo per me, dato che sono sola sul Prato D- e poi morire. Gratitudine, per poter assistere a questa fioritura tardiva, che si esibisce in un momento glorioso. E qualcos’altro. Questo albero, vivendo silenzioso e imponente sui giardini per decenni, e mostrando la sua morte con uno spettacolo floreale che mi ha tolto il fiato, ha colpito altri ed è riuscito ad attirare su di sè abbastanza attenzione e ad affermare una semplice verità: “Ogni fine è un nuovo inizio”. Quest’idea ha risvegliato in me altri sentimenti. Sentimenti che avevo soffocato profondamente, e che la vista della fioritura e il suo significato hanno riportato a galla. Ogni fine è un nuovo inizio. Un concetto sia liberatorio che spaventoso per me.

Sono arrivata a Singapore già come espatriata e moglie a seguito. Un trasferimento è sempre eccitante, con nuovi posti da scoprire e conoscere, una nuova lingua e una nuova cultura da imparare. Ma questa volta era diverso. Questo trasferimento era senza i nostri tre figli, che sono diventati adulti nella nostra ultima casa, Dubai, e sono tornati uno ad uno nella nostra nativa Australia, l’ultimo giusto appena prima del nostro trasferimento a Singapore. Ho lasciato Dubai, la mia casa nel deserto, la mia vita di sette anni, e detto addio agli amici che mi ero fatta là, in automatico. Noi espatriati sappiamo bene di cosa si tratta, abbiamo vissuto la natura transitoria della vita all’estero e per proteggerci dalla sofferenza ci chiudiamo un poco. Un altro amico che parte, un’altra famiglia a cui dire addio, nel corso degli anni ho visto anch’io tanta gente partire. Li ho guardati con un po’ di distacco perchè sapevo che un giorno quell’amica sarei stata io, quella famiglia, la mia.

Partire è rumoroso. Gli addii vociosi, gli abbracci, la preparazione… “Restiamo in contatto”, ci promettiamo l’uno con l’altro, e lo intendiamo davvero. Dovevo chiudere con l’insegnamento, la danza, la mia vita sociale, i miei addii, l’ultimo anno di scuola del mio ultimo figlio, cerimonie di diploma, feste, documenti da preparare, vacanze estive, poi il trasloco, impacchettare e buttare. Che leggerezza, liberarsi di tutte le cianfrusaglie accumulate in così tanti anni.

C’è silenzio in un nuovo paese. Nessuna scuola, ancora nessun lavoro per me, salutare mio marito ogni mattina e guardarlo partire mentre io torno ad affrontare gli ultimi dettagli dell’installarsi. C’è calma nella nostra nuova casa. Un nuovo inizio mentre il nostro nido si svuota a Singapore e la mia mente è costantemente ossessionata dal pensiero dei miei figli in un altro paese, che studiano, lavorano e fanno feste, gesticono la loro vita senza di me. Non si appoggiano più a me per cose pratiche, come i pasti o il trasporto, e si infastidiscono se li controllo. Devo imparare a lasciar correre, a non essere più in controllo delle loro vite ma sono totalmente in controllo della mia. Ho tempo di osservare una tempesta tropicale, mi ritraggo quando un lampo attraversa il cielo o colpisce la terra proprio fuori dalle mie porte di vetro scorrevoli, sussulto con il tuono e ascolto il battito regolare della pioggia. Goccie di pioggia cadono pesanti e veloci come migliaia d’aghi luccicanti, colpendo il terreno con tale forza che rimbalzano.

Mi sono imposta di stabilire una routine. Far la spesa per due è pratico dato che non ho bisogno di fare scorta delle lorocose preferite, ma lo farò quando verranno a trovarmi, e questo mi conforta.  Ho il tempo di andare su e giù per i corridoi e studiare i prodotti, molti non solo in una lingua diversa, ma anche in caratteri differenti. Alcune cose da mangiare mi sembrano strane ma sono curiosa di scoprire come usarle. Scopro il mio nuovo percorso di jogging, i Giardini Botanici, e mentre corro di fianco a serpenti, tartarughe, cigni, osservo lucertole ed estranei, mi domando se mi sentirò sola.

L’albero ha anche una sorpresa per me. Non è nato a Singapore, ma piuttosto in India e in Sri Lanka, quindi anche lui è un espatriato, mette radici e prospera qui, circondato dalla natura.

Sei mesi più tardi sono di nuovo davanti all’albero con il mio trentaquattresimo ospite, la mia sorella più giovane che è venuta a trovarci da sola. Le nostre situazioni sono molto diverse, lei vive nel nostro paese e il suo nido è pieno. Ma sta vivendo anche lei il suo personale nuovo inizio. Si è trasferita da uno stato all’altro, e in Australia questo significa guidare per dieci ore. Il suo nuovo inizio in una casa sulla spiaggia significa la fine degli incontri quasi quotidiani con le nostre altre due sorelle a cui lei si era appoggiata quando ha avuto i suoi bambini. I piccoli momenti di intimità, i consigli, lo sguardo che osservava il suo essere madre non ci sono più, ma i suoi figli adesso possono camminare tutti i giorni sulla spiaggia in un ambiente caldo e tranquillo.

Le faccio vedere il cartello, in modo che possa scoprire l’albero da sè. Guarda in su e vedo i suoi occhi spalancarsi e la sento trattenere il respiro quando vede i fiori delicati, in cima all’albero, verde chiaro a metà mattina. Una leggera brezza passa nei giardini, muovendo il candelabro e facendo cadere i petali sull’erba. Poi continua a leggere, e alza di colpo la testa mentre grida “Oh no! Sta morendo!”. La voce rotta e fine. Porta le mani al cartello per bloccare le parole e un secondo dopo abbassa impercettibilmente le spalle mentre accetta l’incredibile bellezza dell’albero. E poi piange anche lei.

Sue Mannering

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