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Nicoletta (Niki sui Forum) ha voluto condividere con noi la sua esperienza a Katmandu, Nepal. Un’esperienza drammatica, che ha lasciato il segno ma che non ha spento l’entusiasmo di Nicoletta e famiglia che si sono infatti di nuovo  lanciati in un’altra bella avventura in espatrio. Grazie Niki!

Credevamo di conoscere il Nepal, ci eravamo stati così tante volte, ci avevamo lavorato. Abbiamo girato e lavorato in diversi paesi asiatici, ma da esterni. Nel senso che andavamo, facevamo realizzare oggetti per la nostra azienda e tornavamo a casa.
Sapevamo che avremmo trovato molte difficoltà, ma pensavamo di potercela fare. E credevamo fermamente che, trattando le persone con rispetto, affetto e pagandole decentemente, avremmo potuto vivere tranquilli e fare anche del bene. Ci eravamo fatti incantare dal sorriso dei nepalesi, dalla loro apparente libertà, dalla patina moderna data da cellulari e computer. Non avevamo capito niente. E come era possibile?

In una società con vincoli infiniti ed intricatissimi il segreto, la non comunicazione, sono la norma. Nessuno parla, tutto è nascosto. Quando le cose per noi sono precipitate, e i pochi collaboratori onesti e fidati ci si sono stretti attorno, questi ci dicevano continuamente: non dite niente, tenete segrete le vostre intenzioni. Voi occidentali vi fidate troppo, non si fa così.

Ma partendo con ordine, dall’inizio… arriviamo pieni di buoni propositi. Cominciamo a lavorare. Cominciamo a dover pagare i primi bakshish ai burocrati, perché facciano quello che sarebbe loro compito dovere fare, ma non ci scomponiamo, sappiamo che va così. Subiamo prepotenze e vessazioni ma le avevamo già messe in conto. Pensiamo che quando avremo i nostri collaboratori la vita sarà diversa. Assumiamo gente. Buon salario, trattamento da esseri umani. Gli insegniamo, un mestiere, ci preoccupiamo per loro, li mandiamo dal medico se stanno male. Ci affezioniamo e pensiamo che anche loro ci siano affezionati.

Ma alcune crepe cominciano ad apparire. E dopo un poco, come un veleno che si manifesta solo gradualmente, ci rendiamo conto che le persone che credevamo fossero dei collaboratori in realtà sono dei ladri (non tutti, ma diciamo un buon 90%), che ci mentono, che ci imbrogliano, che ridono alle nostre spalle. Non imparano niente, non vogliono pensare, non vogliono cambiare niente della loro vita. Sono morti dentro, anche se hanno un’età media intorno ai 20 anni.

Ci disprezzano perché siamo gentili e ci preoccupiamo per loro. Noi siamo stranieri, fuori dal sistema delle caste. Per i loro parametri siamo meno che umani e per noi è difficile rendercene conto. Veniamo da un certo tipo di esperienza, di cultura, crediamo che tutti gli uomini siano uguali, crediamo… crediamo a cose che lì non esistono. E’ vero, c’è gente che ne parla, di diritti e di doveri, ma così, senza capire veramente il senso delle cose. E come potrebbero se la loro società è ancora basata sul sistema delle caste come 1.000 anni fa? E i capi del cosiddetto partito rivoluzionario sono Braman (la casta più alta)?

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Poi un giorno, un cameriere che ruba, scoperto, invece che andarsene tranquillo ci porta al ristorante le union maoiste. Diversi energumeni con facce patibolari che arrivano e minacciano noi e lo staff. Chiudono il ristorante e dicono che se ne impadroniranno. Non c’è nessuno a cui rivolgersi. Le ambasciate non possono fare niente. Lo stato non esiste. Non esiste la legge, se non quella, bestiale, del più forte. Siamo soli. Anche i cosiddetti amici nepalesi, che giuravano e spergiuravano, alla maniera asiatica, che in caso di problemi avrebbero chiamato tizio, caio e sempronio, che mai avremmo dovuto preoccuparci dei maoisti, diventano dubbiosi. Si negano. Trovano scuse. Scollegano il cellulare.
A rendere ancora più lugubre la situazione, alcune riunioni con i maoisti ci tocca averle a lume di candela, dato che il governo taglia la luce 16 ore al giorno.
Chiamiamo il nostro avvocato, che si nega. Poi arriva, minacciato di non essere pagato (in Nepal gli avvocati, per fare niente, chiedono uno stipendio mensile) e non conclude niente.

Alla fine, dopo estenuanti trattative riprendiamo a lavorare, ma dopo poco tempo scopriamo che tra la contabile tibetana (che consideravamo come una figlia e trattavamo di conseguenza) il capocuoco, e il cassiere, con la connivenza di tutti gli altri tranne uno (che però veniva minacciato e quindi non parlava) ci stanno derubando. E non solo. Suman, il capocuoco, offeso perché un giorno era stato ripreso (gentilmente, ma questa gente ha un livello di permalosità, con noi occidentali, incredibile. I nepalesi invece li possono anche picchiare che va bene) per un grave errore che aveva commesso, ha cominciato a sabotare il ristorante, servendo tutto freddo se io non ero presente e buttando tantissimo cibo.
Decidiamo di non mettere per strada nessuno ma di creare un sistema per impedirgli di rubare ancora. Come lo staff ne ha sentore ci ritroviamo di nuovo i maoisti addosso.
Minacciano, pretendono. Lo staff si toglie la maschera e restiamo orripilati da quello che salta fuori. Odio, razzismo. Voi, bastardi occidentali tornatevene al vostro paese. E’ uno shock tremendo. Come se si alzasse un velo e improvvisamente vediamo tutto il marcio che c’era sotto.

Decidiamo di andarcene con il ristorante dal quartiere di Thamel, lì i maoisti sono troppo forti. Comincia il braccio di ferro con il padrone dei muri, che vuole 10.000 € di indennizzo (non legale), incurante di averci già abbondantemente strangolati e di averci consegnato un posto semi demolito mentre si vede riconsegnare un ristorante con pavimenti, finestre, impianto idraulico ed elettrico. Ne succedono di tutti i colori tra: minacce di maoisti, chiusure con i lucchetti, minacce del padrone di casa.

nepalMa alla fine ce la facciamo. Troviamo una bella location vicino a casa nostra (la zona delle ambasciate, nostri ottimi clienti). Una villetta con una bella terrazza, giardino e una vera rarità per Kathmandu, il parcheggio. Decidiamo che per evitare problemi con i locali diamo una parte della company ad un’amica nepalese. La tizia in questione ha una storia molto pesante alle spalle, di maltrattamenti e sevizie varie. Ci fa piacere darle una possibilità e nello stesso tempo proteggerci. Siamo stanchi e io mi sono ammalata.
Errore! Appena installata nella villetta la nepalese comincia a fare la padrona portando lo staff sull’orlo del licenziamento (i nepalesi trattano i dipendenti come bestie e il nostro staff superstite era abituato ad essere trattato con rispetto). Dopo di che comincia a farne una per colore. Ci fa minacciare da una delle bande della zona per convincerci a lasciarle il ristorante (gratis naturalmente). Non ci riesce. Allora fa minacciare il nostro staff. Questi si spaventano e ci tocca mandare tutti in vacanza. Dario ed io a reggere da soli. Chiamiamo la polizia, che, miracolosamente arriva e caccia la tizia e i suoi amichetti. Allora lei si rivolge ai maoisti.

E ce li porta fino in casa nostra. E lì, nel nostro salotto, un boss delle union maoiste ci dice: non vi lasceremo mai in pace.

Ce ne siamo andati. Gatti, armi e bagagli. Semplicemente io non ne potevo più di stare a sentire con paura ogni rumore che arrivava dalla strada. E la cosa peggiore, in fondo, era vedere gli amici nepalesi, (perché abbiamo sia dei cari amici nepalesi, che persone di fiducia tra quelli che hanno lavorato per noi, gente che non ci ha mai traditi) a casa loro, tesi a sentire i rumori davanti al cancello esattamente come noi.

In questa fase storica il Nepal è in preda alla confusione più totale. Con un governo inesistente e il territorio in mano a bande di criminali organizzati. E’ un paese che si è dato la democrazia senza poter comprenderne il pieno significato. Così tutto sembra degenerato nell’anarchia più totale, nell’egoismo più folle.

Cosa succederà adesso? Non lo so. Nessuno può saperlo.
E penso preoccupata ai nepalesi a cui vogliamo bene che sono rimasti laggiù. E che ci scrivono email angosciate e angoscianti, raccontando di un paese, il loro, che si sta disintegrando.

Nicoletta,
Alicante, Spagna
Febbraio 2010

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