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In questo articolo Claudiaexpat riflette sulle differenze tra l’essere espatriata a sud del mondo, o in paesi a nord. L’articolo è stato scritto in origine in inglese per What Expats Can Do.

 

Quando ho lasciato l’Indonesia nel maggio 2018, sapevo che non stavo dicendo addio solo al paese, ma a un intero periodo della mia vita, speso per la maggior parte come espatriata a sud del mondo.

Sapevo che a partire da quel momento avrei dovuto scegliere con attenzione le mie future destinazioni. Il mio terzo episodio di Dengue mi aveva colpita duramente: avevo sviluppato una forte trombocitopenia, che mi avrebbe per sempre messo a rischio in qualsiasi paese dove le punture di zanzara potenzialmente possono portare malaria, dengue o febbre gialla. O dove le trasfusioni di sangue, se necessarie, sarebbero state rischiose per via dell’inaffidabilità nel trattamento del sangue.

Guardate quest’immagine, che mostra la distribuzione globale di sette delle principali malattie trasmesse da vettori (malaria, filariosi linfatica, leishmaniosi, dengue, encefalite giapponese, febbre gialla e malattia di Chagas):

Dei nove paesi dove ho vissuto dal 1989, sette sono contrassegnati in blu o verde scuro. Lasciando l’Indonesia, mi era chiaro che se volevo continuare a vivere in espatrio, avrei dovuto dirigermi verso destinazioni meno esotiche.

Quindi, dopo una pausa in Italia, ho raggiunto mio marito a Ginevra, Svizzera. Una grandissima novità per me, la mia prima destinazione in Europa. Vi devo confessare che quando gestivo Expatclic agli inizi, sentivo sempre un pizzico di gelosia quando parlavo con espatriate che vivevano in capitali europee o in grandi città nordamericane. Mi domandavo come sarebbe stato essere espatriata nel mondo occidentale o nella cultura europea. Ora, a Ginevra, mi chiedevo come si sarebbe sviluppata l’esperienza d’espatrio in un posto con cui condividevo la linee culturali di base e dove, suppostamente, sarei stata compresa nelle mie espressioni culturali.

E dunque eccomi lì, cercando di mettere a fuoco i vantaggi dell’essere espatriata a Ginevra. In qual momento specifico ce n’erano tanti. Vivere a Ginevra significava essere fisicamente vicina ai miei figli e a mia mamma. Avevo grandi piani di viaggi. La posizione strategica della città, nel cuore dell’Europa, rende infatti possibile raggiungere tantissime destinazioni in poco tempo e senza particolari stress.

Dal punto di vista della salute, mi sentivo rilassata. Nessuna puntura di zanzare poteva uccidermi, e in caso di emorragia improvvisa, sarei stata prontamente soccorsa e curata. In termini di comunicazione, dato che parlo francese, capire ed essere capita era un enorme sollievo, dopo aver vissuto per anni in paesi di cui non parlavo la lingua perchè mi ci sarebbe voluto troppo tempo per raggiungere un livello ragionevole.

Un altro aspetto del vivere a Ginevra che mi eccitava era l’abbondante offerta di film, spettacoli teatrali, concerti e musei, e tutte le incredibili mostre che mi erano così tanto mancate durante gli ultimi anni in Indonesia.

Il COVID ha cambiato tutto. Ho perso mia mamma, i viaggi sono stati proibiti, tutti i luoghi di cultura chiusi, e la paura di ammalarmi è diventata intensa tanto quanto lo era a Jakarta perchè sapevo che le strutture sanitarie erano al limite delle loro capacità.

Tuttavia, anche prima del COVID avevo cominciato a capire che forse tutti i punti positivi della mia esperienza da espatriata nel mondo occidentale non bastavano a compensare la perdita di significato che caratteriza la mia vita all’estero.

L’espatrio per me è sempre stato legato al crescere con le persone, all’attraversare i cambiamenti dopo aver sperimentato cose così profondamente diverse da tutto quello che avevo conosciuto fino a quel momento, tanto da uscire dallo shock rinnovata e più aperta. E credo che non sia possibile passare per momenti di tale cambiamento se non ci si immerge in culture e situazioni profondamente diverse.

La disparità più evidente, per me, è sempre stata la distribuzione inequa del privilegio. C’è una differenza enorme tra la forma mentale di chi deve lottare per la propria sopravvivenza e di chi non se ne deve preoccupare. Nella mia vita all’estero, io sono stata perlopiù in contatto con i primi. Per la natura del lavoro di mio marito, siamo quasi sempre stati destinati a paesi colpiti da guerre, disastri naturali, carestie e povertà. Questi eventi formano la mente, la filosofia di vita e i valori delle persone che li vivono in maniera totalmente differente da chi non deve preoccuparsi di avere un tetto sopra la testa, cibo sulla tavola, per la propria salute fisica e la salute dei propri figli e figlie.

Ho capito che l’esposizione ripetuta a persone la cui struttura di vita era costruita sull’incertezza, e che non avevano tutta la libertà e i privilegi di cui noi perlopiù godiano in occidente, pian piano ha cambiato non solo il mio modo di vedere le cose, ma anche i luoghi dove trovo il significato della vita.

Foto ©JeanClauzet

Inoltre, durante tutta la mia vita all’estero, sono stata costantemenente colpita da quello che chiamo shock culturale positivo. Avendo vissuto in culture dove le cose sono viste e fatte in modo piuttosto diverso da quello che mi hanno educata a considerare corretto o adeguato, mi sono sentita costantemente scossa nelle mie credenze di base della vita, e nel mio modo di intendere le relazioni. Testimoniare nuovi modi e trovare significati diversi è diventato un nutrimento vitale per me. E’ stato solo quando mi sono spostata a Ginevra che ho capito pienamente tutto ciò, e ho cominciato a sentirne la mancanza.

Ma c’è qualcosa che mi manca ancora di più. Avendo vissuto la maggior parte dei miei anni in paesi dove  l’aspetto collettivo della vita è molto più valorizzato che all’ovest, ho capito quanto mi sento meglio circondata da un’attitudine generalmente più umana verso la vita e le relazioni. Perchè è quando si viene educati in gruppo piuttosto che in famiglie piccole e circoscritte, che si sviluppa un senso più grande d’identità e appartenenza verso il tutto e non solo verso sè stessi. In termini generali, in questo tipo di culture, come l’indonesiana o la palestinese, il contatto tra le persone è più caloroso, più allegro e aperto all’altro – e alla diversità.

Onestamente non so cosa mi manca di più: l’atmosfera di alcune culture lontane, o esistere all’interno di culture così distanti dalla mia. Quello che so è che devo trovare nuovi modi per continuare a sentirmi connessa all’immenso tesoro che esperienze così estreme mi hanno regalato.

 

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Toscana, Italia
Luglio 2021
Foto ©ClaudiaLandini
Tradotto dall’inglese da Claudiaexpat
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