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espatrio duro

Cristinaexpat, che ha vissuto in Arabia Saudita e in Nigeria, riflette sul concetto di espatrio duro.

 

Il mio espatrio duro… Se così lo vogliamo chiamare, perché da qualche parte del mondo sono sicura che ce ne siano di molto molto più duri.

Il concetto di “espatrio duro” è un concetto relativo, dipende da una parte dalla percezione della persona e dall’altra da situazioni oggettive di “durezza” intrinseche nel singolo paese in cui si espatria e tali situazioni variano ovviamente da paese e paese.

Lo scopo di quest’articolo è di raccontare l’espatrio duro o meglio direi, gli aspetti duri di alcuni espatri (in questo specifico i miei), e su questi aspetti volutamente mi soffermerò, tralasciando invece tutto l’altro piatto della bilancia: la scuola di vita, il bagaglio di saggezza, conoscenze, ricchezze e gratificazioni che questi stessi espatri mi hanno permesso di accumulare nella mia esperienza e per parlare dei quali mi ci vorrebbe altrettanto spazio se non di più.

 Arabia Saudita – Al Khobar

La mia vita da espatriata è iniziata con l’Arabia Saudita, il paese islamico forse più rigido al mondo. E’ stato il primo espatrio e come tale si è portato dietro tutte le difficoltà della prima volta: quella sensazione di solitudine e smarrimento, di insicurezza, di nostalgia e poi tutti i problemi di adattamento personale per organizzare una vita quotidiana per sé e per la propria famiglia con i ritmi e le usanze di un paese straniero e in particolare di un paese molto lontano dalla propria cultura.

Difficoltà che a mio avviso sono presenti in ogni tipo di espatrio e lo dimostrano le testimonianze che arrivano sui nostri forum, che provengano da paesi europei o africani, statunitensi o asiatici.

espatrio duroTuttavia esistono problematiche che in alcuni paesi fanno sì che l’espatrio sia più duro di altri. La mia esistenza si era svolta tutta in Italia fino ad allora e non avevo idea di quali fossero gli aspetti pratici e umani del vivere in un paese totalmente diverso dal proprio.

Anche per questo motivo, il mio primo (e unico) anno in Arabia Saudita è stato all’insegna del timore e spesso della paura dell’ignoto: la nostra sistemazione logistica era ottima, non c’erano particolari esigenze, la casa era anche più grande e nei negozi si trova quasi tutto.

Il problema nasceva quando si usciva di casa e consisteva prevalentemente nel timore di non conoscere le regole sociali locali e di incorrere senza volerlo in problemi che non avrei saputo come gestire.

Ci sono voluti diversi mesi prima che mi sentissi tranquilla quando uscivo dal compound per andare a fare la spesa. Nei luoghi pubblici, in quanto donna, era obbligatorio per me indossare l’abaya (il lungo abito nero che copre tutto il corpo fino ai piedi), indipendentemente che io fossi musulmana oppure no, e in determinati contesti (e non è facile capire quali!) anche il velo in testa; non era permesso ad una donna guidare, prendere i mezzi pubblici, né passeggiare per strada da sola o viaggiare in auto con un uomo che non fosse membro della sua famiglia o un tutore assegnato dal marito, pena l’accusa (pesante da quelle parti) di adescamento alla prostituzione.

I primi tempi per me, oltre che ad un’umiliazione bella e buona (non avevo documenti, né la firma nel conto in banca, ero considerata una proprietà di mio marito!!!) era una paura continua andare al supermercato e rischiare di restare chiusa fuori, cioè in strada, durante il periodo della preghiera.

Si pregava cinque volte al giorno e i negozi e tutti gli uffici venivano chiusi durante le preghiere, che duravano circa 30-40 minuti ciascuna e io non sapevo all’inizio come organizzarmi per conoscere ed evitare di uscire durante  gli orari delle preghiere, orari che peraltro cambiavano tutti i giorni.

I primi tempi non sapevo che le donne potevano recarsi in luoghi dedicati a loro o in locali con sezioni apposite, dove venivano praticamente chiuse dentro e potevano aspettare la riapertura dei negozi.

Con il tempo le cose si imparano ed ho scoperto che i sauditi non solo si sono creati tutte una serie di soluzioni pratiche per risolvere i problemi organizzativi creati dalle proprie regole sociali (ad esempio i ristoranti a sezioni separate, quella per gli uomini soli, quella per le famiglie, quella per le donne sole), ma alla fin fine sono anche molto cortesi e tolleranti verso gli occidentali.

Solo che all’inizio della mia esperienza, avevo sentito troppe leggende sulla polizia religiosa che pattugliava le strade, sulle punizioni a volte anche corporali che infliggevano alle donne che non rispettavano i canoni islamici e sugli uomini che ti avvicinavano appena capivano che eri da sola e vi assicuro che lo capivano velocemente: ti adocchiavano da lontano, iniziando ammiccamenti e lanciando sguardi sfacciatamente provocatori.

espatrio duroUn paio di volte hanno anche cercato di fermarmi, ma fortunatamente limitandosi all’approccio verbale, in quanto essi stessi rischiavano molto più di me (prigione e fustigazione) se li avessi accusati di avermi importunata. Ben presto ho imparato a portare con me mia figlia: la condizione di madre mi dava prestigio e mi lasciavano in pace.

Un paio di volte siamo anche stati fermati dalla polizia religiosa (per fortuna non ero da sola) e mio marito si è sorbito una filippica in arabo sulla necessità di far vestire la moglie in modo più consueto all’Islam (vai a capire che cosa avevo sbagliato !!!).

L’altro grande dilemma era la lingua: mi sono resa conto che il mio inglese era totalmente insufficiente a comunicare con le poche persone che lo parlavano in loco, potevo rivolgermi solo alle donne (agli uomini non si rivolge la parola) e le saudite ben istruite che parlano inglese non sono molte e non frequentano i supermercati.

Poi c’era il dilemma di capire cosa contenessero scatole e vari prodotti al supermercato, le cui etichette erano ricoperte di caratteri arabi.

Il fatto di non poter guidare non mi ha mai pesato più di tanto, anche perché guidare si traduceva nell’orientarsi tra segnali stradali scritti in arabo e per noi espatriati significava necessariamente avere qualcuno al fianco che cercasse indicazioni nelle rarissime e molto scarne mappe stradali, almeno finchè non ti eri perso un numero sufficiente di volte da memorizzare i percorsi più frequenti. Chiedere indicazioni ai passanti? …. Beh, è un’esperienza divertente che vi lascio immaginare.

Le difficoltà linguistiche si sentivano su tutti i piani della vita familiare: l’organizzazione di attività domestiche o di lavori di manutenzione, implicavano telefonate e relazioni con persone spesso di origine indiana o pakistana che parlavano inglese con accenti tremendamente difficili da capire, oltre al fatto che ci si doveva abituare ad un modo diverso di concepire il lavoro manuale e i tempi che esso comportava: ci voleva un gran pazienza, nervi saldi e una buona dose di ottimismo per affrontare quella che in Europa viene chiamata “indolenza” e per me rappresenta invece (l’ho capito dopo) una naturale riserva di adattamento al clima torrido del paese.

La lingua impattava anche sulle comunicazioni oltre frontiera: televisione, libri e giornali disponibili erano prevalentemente in lingua araba ovviamente. C’erano alcune eccezioni che sicuramente oggi saranno più ampie e si poteva farsi installare una parabola personale, ma all’epoca queste hanno costituito le nostre sole letture in quel periodo.

Anche internet era censurata, come lo erano i messaggi email personali: molte fotografie non sono mai arrivate a destinazione, magari perché contenevano immagini di persone in pantaloncini corti.

espatrio duroLa difficoltà a socializzare ha inciso pesantemente sul grado di solitudine che ha accompagnato il mio espatrio in questo paese, insieme all’impatto climatico: 52 gradi centigradi durante l’estate e senza scendere mai sotto i 43 gradi di notte. Non era per niente facile, sia fisicamente, sia per la qualità e l’organizzazione della vita familiare e la nostalgia di un po’ di verde ti consumava l’esistenza.

Inoltre la condizione femminile ti obbligava a restare praticamente a casa tutto il tempo o quasi, ad inventarti qualcosa da fare e a subire quella nevrosi da inattività che ti colpisce quando lasci un lavoro a tempo pieno in Italia e sei costretta a passare da giornate iperattive a giornate chiuse in casa, lunghe, calde e con un bambina di due anni da intrattenere.

L’altra sensazione che mi ha accompagnato per tutto il soggiorno saudita è stata quella, continua e subliminale, di non essere sempre i benvenuti. Il periodo in cui ho vissuto laggiù ha preceduto di poco la guerra in Iraq e i controlli erano frequenti, ad ogni ingresso in luoghi frequentati da americani o occidentali, venivano ispezionate accuratamente tutte le auto per prevenire attentati. Da Riyad arrivavano notizie su esplosioni di bombe con o senza feriti/ morti, notizie che raramente uscivano però dal Regno e non arrivavano quasi mai sui notiziari italiani.

La sensazione che qualcosa potesse accadere era costantemente nell’aria. In casa si dovevano tenere scorte alimentari per due settimane in accordo alle procedure di sicurezza aziendali, scorte necessarie a sopravvivere reclusi per un periodo sufficiente ad organizzare un’eventuale evacuazione.

E non era solo una sensazione: cinque mesi dopo aver lasciato il paese, un commando armato ha fatto irruzione nel compound dove vivevamo, ha sequestrato per molte ore le persone che vivevano nelle villette adiacenti alla nostra, inclusi i bambini e ha ucciso molti uomini della guardiania.

In conclusione, la vita in Arabia Saudita, se da un lato mi ha aperto la mente su una parte di mondo che non conoscevo ed è stata un’esperienza immensamente interessante e gratificante quando sono riuscita ad uscire dai miei canoni e ad incontrare le famiglie saudite che mi hanno introdotto al mondo arabo e alle sue tradizioni, sull’altro piatto della bilancia ha chiesto un prezzo alto in termini di solitudine provata, senso di inadeguatezza, difficoltà pratiche, umiliazione della mia condizione femminile, rinuncia alla mia professione (avrei voluto lavorare, ma se non sei un medico o un’insegnante per scuole femminili, è impossibile lavorare per un’espatriata).

Pensavo quindi di poter classificare quest’espatrio come espatrio duro, l’ho pensato, convinta, per diversi mesi, almeno finchè non sono arrivata in Nigeria!

Nigeria – Port Harcourt (Rivers State)

Ovunque si vada, all’Africa non ci si può preparare: si può leggere di tutto e ascoltare esperienze altrui, ma questo è un continente che necessita un prezzo di vita per poter essere capito: ti chiama in causa personalmente, sei tu e solo tu che devi vivere l’impatto con la realtà e decidere come uscirne.

Io non ero preparata. Non mi rendevo assolutamente conto di come fosse la vita quaggiù. Non mi aspettavo di vedere quello che ho visto e ne sono rimasta sconvolta. Per lungo tempo, direi quasi per tutta la mia permanenza a Port Harcourt, non sono mai riuscita a vivere serenamente il mio soggiorno nigeriano.

Ci sono molte difficoltà pratiche e le illustrerò subito dopo, ma la più grande difficoltà è stata quella di gestire la mia reazione personale all’impatto con la Nigeria e alle sue implicazioni.

In Arabia Saudita lamentavo restrizioni alla mia libertà personale in quanto donna e in quanto professionista? Beh, a Port Harcourt mi è bastato un giorno per capire che il mio lavoro era ormai un sogno da mettere nel cassetto e quanto alle restrizioni alla mia libertà femminile, sono state soppiantate dalle restrizioni alla mia libertà fisica.

espatrio duroIl più grosso problema era infatti la sicurezza. Non mi dilungo sui motivi per cui quella regione vive in uno stato di perenne tormento sociale, che potrebbe essere un buon argomento per un altro articolo, mi limito a raccontare che ci sono stati assegnati due soldati: uno seguiva mio marito, uno stava con me, 24 su 24, a casa, mi accompagnava a scuola, a fare la spesa, ovunque io andassi.

Vivere sotto scorta impatta sulla qualità della vita: niente più passeggiate fuori casa, si esce solo in macchina, non si può andare in certe zone della città e inoltre limita moltissimo il contatto umano con i locali, che appena vedono il militare, iniziano a prendere le distanze da te.

Non ero preparata alla violenza, quella che non si limita allo schermo televisivo, ma che puoi incontrare (e che purtroppo ho visto con i miei occhi) per strada: pestaggi ad opera della polizia, risse a mano armata tra poliziotti, linciaggi da parte di gruppi contro piccoli ladruncoli, corpi di giovani delinquenti uccisi da bande rivali e lasciati giacere per strada per 2-3 giorni a scopo intimidatorio.

Non ero preparata a vedere corpi straziati di persone vittime di incidenti stradali, lasciati sul ciglio della strada con noncuranza, finché qualcuno non fosse venuto a reclamarli o finché non fosse passato il furgone della spazzatura a raccoglierli.  Non ero preparata a vedere un intero camion rimorchio bruciato, l’autista pestato a sangue, ad opera di decine di motociclisti: gli Okada, i taxisti della povera gente, si erano mobilitati per dare una lezione al camionista che aveva investito uno di loro.

Circolare per Port Harcourt in queste condizioni ogni giorno, giorno dopo giorno, in un traffico sempre più caotico e soffocante, con il pericolo costante di ingorghi interminabili dove la gente si scalda e si picchia facilmente, è stata un’esperienza che mi ha logorato l’animo.

I contatti con i nigeriani erano limitati e spesso caratterizzati da una sensazione di ostilità: la mia pelle bianca veniva vista come sinonimo di sfruttamento e le possibilità di avere uno scambio culturale umano si riducevano al lumicino per il peso delle colpe postcoloniali degli europei e degli americani.

Non ero preparata neppure all’impatto climatico, non tanto al caldo per il quale avevo fatto un ottimo tirocinio in Arabia Saudita, ma soprattutto alle piogge torrenziali e al clima umido e pesante che ne consegue, alle alluvioni e agli insetti che invadono la casa in quel periodo dell’anno, oltre all’adattamento fisiologico del corpo, con disturbi intestinali praticamente costanti.

Non ero preparata alla mancanza di negozi dove reperire i beni di prima necessità; non ero abituata a trovarmi in situazioni in cui molti di tali beni potevano non essere disponibili e a dover ripescare nella memoria i racconti dei tempi di guerra di mia nonna, per recuperare nozioni ormai dimenticate sull’arte dell’arrangiarsi, di fare pane, yogurt, formaggi e pasta in casa.

L’odore dolciastro del sangue vecchio lasciato sui banchi della carne nei pochi negozi esistenti è un ricordo vivido, insieme al caldo opprimente e all’odore pungente degli scarti putrefatti delle verdure al mercato locale.

espatrio duroAll’inizio mi sembrava impossibile riuscire a vivere una quotidianità in tutto questo, eppure mi dicevo che i nigeriani lo fanno e non vedo perché non avrei potuto farlo anch’io. Così ho imparato, ho imparato a fare scorte, a settacciare i mercati locali e a trovare i piccoli commercianti che nella loro baracca avevano i tanto agognati e carissimi pannolini, ho imparato a portarmi tutto quello che mancava dall’Italia facendo Mary Poppins per stivare tutto entro la franchigia massima di bagaglio permessa, come ad esempio le scarpe e i vestiti per i bambini per un anno prevedendo la crescita, nonché medicine, pennarelli e materiale scolastico.

espatrio duroNon ero preparata neppure alle difficoltà pratiche della gestione di un’abitazione in questo paese, dove l’elettricità, pur avendo degli impianti di produzione più che adeguati, non raggiunge la popolazione se non per poche ore al giorno a causa delle infrastrutture fatiscenti.

Ho dovuto imparare a gestire generatori di corrente, ad accettare senza isterie i frequenti blackout di molte ore che comportavano non solo la mancanza di luce, ma anche di acqua e di aria condizionata (che in certi momenti dell’anno è davvero molto pesante) nonché il blocco del freezer e la conseguente perdita di scorte alimentari che non era facile reperire; a far funzionare una pompa per estrarre l’acqua dal pozzo in giardino; a bollire e filtrare la stessa acqua per renderla utilizzabile; ad escogitare stratagemmi per limitare e controllare la circolazione di scarafaggi formato gigante, insetti vari e lucertole in giro per la casa.

Oltre a tutti gli altri problemi di manutenzione ordinaria: idraulico, elettricista e falegname erano persone che visitavano la mia casa regolarmente ogni settimana o quasi, per sistemare i piccoli problemi di impianti costruiti male o con materiali scadenti. E per fortuna ho sempre avuto un essenziale ed indispensabile supporto logistico da parte del datore di lavoro, senza il quale sarebbe stato davvero complicato essere indipendenti in materia di logistica, utenze, sicurezza, spostamenti.

Tutto questo accadeva con un marito sempre assente per lavoro dal lunedì al sabato e una bambina piccola con me, a cui si è aggiunto un bebè dopo un paio d’anni.

E non ero preparata neppure allo stato delle comunicazioni: telefono fisso da dimenticare perché ha gli stessi problemi della rete elettrica, cellulari che funzionano a singhiozzo, niente internet in casa, comunicazioni d’emergenza solo via radio.

Nonostante le ore trascorse su internet alla ricerca di informazioni e un corso di primo soccorso fatto prima di partire, non ero preparata neppure all’insicurezza in materia sanitaria: alle patologie tropicali in agguato costantemente e a sapere che qualunque cosa di serio fosse successa, non ci sarebbero state le strutture sanitarie necessarie per fronteggiare la situazione e che l’unica cosa da fare sarebbe stata quella di prendere il primo volo per l’Europa o iniziare a pregare.

Se un figlio si fa male o si sente male, come è successo a me alle nove di un sabato sera quando il mio bebè di 6 mesi ha riempito il pannolino di diarrea e di una copiosa quantità di sangue, in Europa avrei chiamato il 118 o un equivalente e avrei trovato qualcuno che mi avrebbe offerto aiuto o consiglio oppure avrei preso l’auto e sarei corsa in ospedale. Laggiù i telefoni non funzionavano, ero da sola e non si poteva uscire di notte per la città. Quando sono riuscita a parlare finalmente alla radio con un medico mi sono sentita dire di stare tranquilla che tanto non si poteva far nulla fino al mattino: era più pericoloso uscire per strada che aspettare. Qualsiasi mamma si può immaginare che tipo di notte io abbia trascorso.

espatrio duroNon ero preparata in particolare all’impatto che tutto questo avrebbe avuto sulla mia famiglia e a come avrebbero inciso alcune esperienze sulla vita quotidiana e sulla psiche dei miei figli. Un esempio per tutti: quando ci sono problemi di sicurezza, non si esce a passeggiare per strada; i figli vanno a scuola con la scorta armata e si abituano a vedere armi intorno a sé; non si esce quasi mai a cena la sera; può succedere di fare esperienze di evacuazione/esercitazioni di emergenza; può capitare anche di trovarsi separati (come famiglia) in contesti di allarme. Quando tuo marito è in viaggio in zone a rischio e non hai notizie di lui da giorni, ti constringi a pensare che il network non funzioni  piuttosto che sia accaduto qualcosa, ma sai benissimo che qualcosa può sempre accadere (ed è accaduto in effetti a persone che conosci). Ma se vuoi sopravvivere psicologicamente devi imparare ad assimilare un pò di quella filosofia africana fatalista: inutile preoccuparsi, se deve accadere accadrà, intanto vivi quello che c’è da vivere.

Soprattutto non ero preparata a fare i conti con quello che avrei visto: la povertà; le condizioni di vita del popolo nigeriano in particolare durante la stagione delle piogge; i bambini ustionati che chiedevano l’elemosina al mio finestrino, la mole immensa di gente che vive (quand’è fortunata) con un paio di euro al giorno e che con quello che spendevo io un solo colpo per fare la spesa, ci manteneva la famiglia per un mese. Non ero preparata a sentire le storie di corruzione e di ingiustizia, a vedere come in questo paese la legge esista solo per la povera gente: chi ha le risorse, ha anche il potere di fare davvero ciò che vuole.

La Nigeria mi ha aperto gli occhi su come gira il mondo, su come funzionano le cose e su quali siano le fondamenta sulle quali abbiamo costruito il nostro benessere nei paesi industrializzati (la nostra amata Italia tra i primi posti per gli interessi che ha in questo paese). E non è uno spettacolo piacevole, soprattutto quando lo vedi ogni giorno, tutti i giorni e non basta semplicemente spegnere la tv per non vederlo più.

Nigeria Lagos

Dopo Port Harcourt, siamo stati a Parigi per tre anni: un’oasi di tranquillità e riposo in termini di difficoltà di espatrio, dove l’unico scoglio “duro” è stato il fatto di non parlare francese e di doverlo imparare per forza sul campo. Tre anni di riposo per riaffrontare la Nigeria, ma questa volta a Lagos.

Gran parte dei problemi e delle difficoltà illustrate sopra sono presenti anche qui, perchè intrinseche nel paese, ma nonostante tutto, sarà grazie al tirocinio di Port Harcourt, sarà perchè in effetti qui l’impatto non è così crudo, non me la sento di dire che stavolta di tratti di espatrio duro e spesso quando parlo con gli espatriati che arrivano freschi freschi dall’Europa, questi mi guardano in modo strano o non mi credono affatto quando racconto loro che dopo un pò di adattamento, qui si può vivere e si può vivere anche bene.

Forse davvero il concetto di espatrio duro è relativo.

Cristina Baldan (Cristinaexpat)
Lagos, Nigeria
Marzo 2010
Foto ©CristinaBaldan
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