Home > Vita d'Expat > Trasferirsi > Formazione interculturale o un programma di coaching?

Claudiaexpat s’ispira alla sua esperienza personale e professionale per esplorare le differenze tra la formazione interculturale e un programma di coaching, e come entrambi possono aiutare gli expat nelle loro transizioni.

 

Quando arrivai in Perù nel 2003 i miei due figli avevano sette e dodici anni e io cominciai ad avere controllo del mio tempo. Avevo alle spalle una vita di esperienze professionali svariate – interprete in Italia, cooperante in Sudan e Angola, traduttrice in Guinea Bissau e Congo – e molti anni come  mamma a tempo pieno.

Ributtarsi nel lavoro

Per ributtarmi nella vita professionale, feci quello che ogni bravo coach suggerisce: cominciai dalla lista delle mie  passioni e delle mie skills. Mi apparve da subito chiaro che ciò in cui ero molto brava (cambiar paese), combinato alle mie passioni (gli esseri umani e la comunicazione) mi portava a un lavoro connesso al supporto alla comunità espatriata. E’ così che Expatclic è nato (un’avventura creativa e umana fantastica e di lunga durata), e come ho deciso di diventare formatrice interculturale.

I coniugi accompagnanti di solito affrontano due compiti simultaneamente: imparare a funzionare nella nuova cultura e mantenere un buon equilibrio personale per aiutare la famiglia ad installarsi nel migliore dei modi. La mancanza di una direzione chiara può rendere il processo ancora più difficoltoso, processo la cui complessità è raramente riconosciuta. Infatti i contratti per missioni di lavoro all’estero prestano molta attenzione agli stipendi e agli aspetti pratici come scuola, casa, trasporti e vacanze,  ma raramente considerano gli effetti psicologici del doversi adattare a un mondo sconosciuto.

cross-cultural trainingLe famiglie mobili attraversano fasi molto precise e assumono ruoli piuttosto classici quando si trasferiscono. In termini generali, i padri di famiglia  vanno al lavoro, i figli e figlie a scuola, e le madri si devono occupare  dell’organizzazione pratica, affettiva e sociale, necessaria perchè la famiglia possa esistere in quel contesto. Costruire questa struttura può essere molto difficile  quando le madri affrontano già lo sforzo di dover detectare nuovi codici, regole e comportamenti. Conoscere una nuova cultura e imparare a funzionare al suo interno è difficile per tutti, ma specialmente per le madri, che devono anche trovare i  propri canali per essere parte della nuova realtà, mentre attraversano il processo di apprendimento.

Capire i meccanismi di base

I miei workshop e le mie sessioni di training interculturale in Perù mi hanno aiutata a capire che prendersi un momento per fermarsi a riflettere sui meccanismi alla base dell’incontro interculturale, è di grandissimo beneficio nel periodo d’adattamento. Prendere coscienza di concetti come identità individuale e collettiva, valori visibili e invisibili, incomprensioni interculturali, shock culturale  e giudizio etnocentrico, non solo velocizza il processo di adattamento, ma dà anche una prospettiva più ampia della ricchezza di  possibilità presente nelle relazioni cross-culturali. I datori di lavoro che includono questo tipo di training nel contratto dimostrano rispetto sia per la persona che viene mandata all’estero, che per la cultura che la ospiterà.

Molti possono vivere in più di un paese straniero senza necessariamente afferrare le dinamiche delle relazioni interculturali. Una buona formazione interculturale  dà l’opportunità di imparare a controllare queste dinamiche, superando in questo modo il classico senso d’isolamento che accompagna i trasferimenti. Una buona formazione interculturale  fornisce inoltre  un misto equilibrato di informazioni sulla  nuova cultura, che aiutano a calmare l’ansia derivante dal dover cominciare a funzionare correttamente nel momento in cui si atterra nel nuovo paese.

La formazione interculturale

La formazione interculturale, però, potrebbe non essere sempre la soluzione più adatta o il solo strumento per aiutare gli espatriati in questa fase. Ho incontrato tantissime donne che affrontavano problemi non necessariamente legati al trasferimento in sé. Questioni irrisolte intorno all’equilibrio di potere in famiglia, all’indipendenza economica, o all’identità professionale, possono emergere in maniera più forte in un paese o in un altro, o in un momento particolare della propria vita (una gravidanza, una malattia, il nido vuoto, etc.).

Per queste donne una formazione interculturale girerebbe intorno al nocciolo del problema perchè non si focalizza sulla persona ma sulla cultura – come avvicinarla, come “sentirla”, come individuarne gli elementi e rapportarsi ad essi. Mentre tutto ciò ha indubbiamente dei risultati positivi sul processo di adattamento generale, può far poco per toccare il nocciolo dei sentimenti più intimi legati a questioni come i ruoli famigliari, la carriera, l’autostima e il futuro professionale. Ed è qui che arriva il programma di coaching.

Espatrio e carriera

All’inizio della mia carriera come coach, offrivo tante sessioni gratuite, e non ero sorpresa nel realizzare che i problemi più comuni che che i miei clienti volevano discutere radicavano nella perdita d’identità professionale e personale conseguente  all’aver seguito i propri partner per il mondo. Questo è naturalmente legato a doppio filo al fatto di muoversi tra culture. Se queste donne non fossero sempre in movimento, potrebbero coltivare una carriera costante e regolare, o almeno svilupparne una diversificata  in un ambito culturale stabile.

la formazione interculturaleMentre la formazione interculturale parte dal concetto di una cultura collettiva e si rivolge agli individui, il programma di coaching comincia focalizzandosi su storie e situazioni personali, e le armonizza attraverso le varie culture con le quali il cliente entra in contatto. E’ una differenza di base che aiuta i coach e i formatori interculturali a dare agli expat il giusto tipo di accoglienza.

Col tempo ho  imparato ad ammorbidire i confini tra la formazione interculturale e un programma di coaching, usando alcuni elementi dei miei workshop durante le sessioni di coaching individuale, e viceversa. A volte tutto quello che le espatriate devono capire è che un problema personale può essere causato o ingigantito dall’impatto con la cultura ospitante, o che quelli che loro pensano essere blocchi nel sentirsi a proprio agio nel nuovo paese nascono da questioni più intime e personali. Aiutarle a capire le vere ragioni  dietro ai sentimenti legati alle loro vite mobili è un enorme passo avanti per capire come lavorare con loro.

Quando gli expat sono felici nelle loro vite a livello personale, riescono in genere a relazionarsi positivamente con la cultura ospitante. Allo stesso modo, capire la cultura locale e riuscire ad essere felici al suo interno ha  un impatto positivo sulle loro vite personali. E’ un circolo virtuoso che racchiude sentimenti e valori umani che rendono possibile raggiungere il meglio in questa vita splendidamente ricca di significati che trascorriamo tra culture diverse.

 

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Gerusalemme
Aprile 2013
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