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La settimana scorsa avevo condiviso una riflessione sulla quantità e qualità di commiati che noi adulte espatriate diamo durante la nostra vita mobile. Oggi torno per analizzare un aspetto molto diverso: gli addii dei bambini expat.

 

Pensando agli addii dei bambini expat, ci sono tre momenti che mi vengono subito in mente. Sono momenti talmente dolorosi, che hanno lasciato delle piccole profonde ferite nel mio cuore, e ancora oggi, quando li rievoco, mi prende un senso d’angoscia.

Il primo riguarda il mio figlio maggiore, che aveva dodici anni quando ha lasciato l’Honduras. Stavamo trascorrendo un periodo di vacanza a Milano, prima di trasferirci in Perù, e la ferita dell’aver lasciato tutto il suo mondo e i suoi amici era ancora fresca. Eravamo stati invitati a un’iniziativa dove i ragazzini dovevano disegnare su un lenzuolo qualcosa intorno a un tema che stava loro a cuore. Mentre tutti i suoi coetanei milanesi creavano bellissimi cani, palloni, paesaggi e così via, Alessandro disegnò una casa piuttosto rustica (com’era la nostra a Tegucigalpa), qualche figurina stilizzata in primo piano, e sotto scrisse “Mi mancate”, in spagnolo.

Mattia e Alessandro alla loro festa d’addio a Tegucigalpa

In quel momento, tra le lacrime che mi annebbiavano e il nodo in gola che mi soffocava, vidi mio figlio, un esserino disarmato che cercava di trovare un senso in un’iniziativa nella quale non riusciva ad inserirsi, ed esprimeva quello che in quel momento era il suo più grande peso: l’aver lasciato tutto il suo mondo al di là di un oceano.

Qualche anno dopo fu la volta di Mattia, il minore, ad affrontare uno dei momenti più dolorosi della sua vita, lasciare il Perù, dove aveva vissuto sei lunghi anni felici. I bimbi expat sanno che la loro vita si costruisce a pezzi – c’è il periodo congolese, quello honduregno, quello francese…ogni soggiorno in un luogo ha un inizio e una fine. Tuttavia, quando vivono le loro realtà, non guardano, al pari degli adulti del resto, alla fine, ma si costruiscono una routine felice fatta di tutto quello che compone le vite di tutte le ragazzine/i in tutto il mondo (o quantomeno in parte del mondo).

Quando arriva il momento di fine contratto, al genitore tocca ricordare che l’esperienza in quel determinato paese è arrivata alla fine. Ed è quello che feci con Mattia e Alessandro. Quando dopo sei anni il contratto di mio marito arrivò al capolinea, ricordai loro che in capo a pochi mesi avremmo chiuso casa e vita, e saremmo rientrati temporaneamente in Italia.

Un giorno io e Mattia eravamo ognuno al suo computer e all’improvviso mi disse che doveva chiedermi una cosa. C’era fatica nella sua voce, come se esitasse. Lo incoraggiai, e lui mi chiese:

“non è che possiamo restare in Perù?”

Il cuore mi si frantumò in mille pezzi. In quella domanda (di cui lui conosceva già perfettamente la risposta) e nell’esitazione, la timidezza quasi, con le quali me la poneva, c’era tutta la disperazione di un ragazzino che ama il suo mondo, la sua casa e i suoi amici, e ci prova, fa un ultimo disperato tentativo per invertire il corso crudele dei fatti, che lo obbligano a staccarsi da tutto.

Mattia e i suoi amiconi in Perù

Quando tutti i mobili sono stati venduti, quando anche l’ultimo suppellettile era rinchiuso nei bauli il giorno della partenza, ho trovato Mattia nella sua stanza vuota, che si guardava in giro con aria ferita e disorientata. L’ho abbracciato e lui è scoppiato a piangere a dirotto, aggrappandosi a me come se nella mia solidità potesse trovare un’àncora a tutto quel dolore.

Sono stati momenti duri, laceranti. Certo, la vita va avanti e si modella su nuove cose, mentre ai nostri figli/e non viene a mancare mai il nostro amore, la nostra convinzione, e la nostra vicinanza. Ma ci sono alcuni aspetti degli addii dei bambini expat che forgiano l’esperienza in maniera unica, e ai quali è bene prepararsi se s’intraprende un percorso mobile.

Gli addii dei bambini expat sono più dolorosi

Al contrario degli adulti, i bimbi e bimbe non hanno l’esperienza di vita che hanno gli adulti, e che può mitigare il dolore dell’addio mettendolo in prospettiva. Per un bambino dire addio a un caro amico può essere profondamente devastante. Anche dire addio alla casa, o ad alcune peculiarità della casa o del paese, può rivelarsi lacerante. Le bambine non guardano oltre l’addio. Chiudersi la porta alle spalle vuol dire perdere per sempre l’amato ambiente, senza avere la più pallida idea di cosa si apre davanti.

Mancanza di motivazione

I bambini non sono sorretti dalla stessa motivazione che aiuta noi adulti a compensare il dolore degli addii. Quello che sanno, e che devono accettare, è che il lavoro dei genitori li porta in giro per il mondo, e loro vogliono, naturalmente, restare con mamma e papà. Ma il discorso si ferma lì, e non sempre è sufficiente per controbilanciare il dolore dell’addio.

Difficile verbalizzare

Il dolore degli addii dei bambini expat è in genere così profondo e intimo, che riesce loro diifficile verbalizzarlo. Arduo per una personcina che non ha vasta esperienza di vita, tradurre in parole l’enormità del dover dire addio all’amata scuola, alla professoressa rassicurante, agli amici dei momenti più belli e alla casa che li ha contenuti. Le bambine si rendono perfettamente conto del fatto che il loro dolore tracima e mette in crisi i genitori, quindi spesso si dibattono in questo marasma pieno di confusione, che però va affrontato e lavorato.

Qualche punto positivo?

Sì, perché non vorrei chiudere l’articolo su una nota tragica. Non possiamo separare la vita dagli addii. Anche tra persone stanziali, non ci si può sottrarre. La differenza tra bambini stanziali e bambini che crescono in espatrio è che la quantità e l’incisività degli addii che questi ultimi affrontano è nettamente superiore.
Però, se gestito bene, con amore, convinzione, e magari anche, quando possibile, un po’ di allegria, alla lunga questo esercizio ripetuto fornisce ai nostri figli e figlie expat degli strumenti impareggiabili per affrontare la vita – tutta. Non lo vedo solo nei miei figli, che sono forti, capaci, affrontano le disgrazie con un perfetto mix di empatia e senso pratico. Lo vedo in tutte le giovani persone che hanno detto addio spesso, e ce l’hanno fatta. Hanno scoperto che per ogni addio, sempre, c’è una porta nuova che si apre, e che comunque, sempre, è come ci poniamo rispetto a queste fasi della vita che determina se vogliamo sentire di aver davvero detto addio alle cose e persone amate, o se troviamo il modo di continuare a farle vivere dentro di noi.

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Ginevra, Svizzera
Gennaio 2021
Foto @ClaudiaLandini
tranne la principale: Pixabay
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silvia locati
silvia locati
1 mese fa

Sicuramente un tema molto presente. Io ho vissuto la stessa esperienza straziante di vedere i miei figli dire addio alla loro scuola , cameretta, amici etc.
Due momenti particolari si sono impressi nella mia mente e mi fanno ancora male al cuore se ci ripenso.
L’immagine di mia figlia (sette anni) che staccava piangendo gli stickers della Barbie dal muro della sua ormai non piu’ cameretta e vi assicuro che anche scriverlo mi fa venire ancora i lucciconi per il senso di impotenza che ho sentito come genitore, l’incapacita’ di proteggere mia figlia da quel dolore cosi’ grande che lei stessa non riusciva ad esprimere se non cancellando un pezzo di lei da quella stanza.
Un anno piu’ tardi durante una conversazione (che credo solo i bambini espatriati si trovano a fare) durante la quale le chiedevo dove avrebbe preferito andare se in Australia o tornare in Italia mia figlia di soli otto anni mi ha guardato con la faccia severa e mi ha chiesto “Perche’ ho scelta? Tu puoi scegliere mamma sei grande io no” e poi ha continuato a giocare. Mi ha sorriso ma io avevo il cuore in cantina e ho visto la rassegnazione o meglio la fiducia/arrendevolezza di mia figlia.
Noi siamo i responsabili della loro vita le nostre scelte ricadono su di loro e sono scelte che fanno crescere che creano gli uomini e le donne di domani coraggiose e aperte al mondo, ma sono anche le scelte che loro subiscono senza poter aver niente da dire.
Credevo di essere l’unica a sentire che l’addio dei miei figli mi faceva piu’ male del mio addio.
Il senso di protezione che si ribella, vorresti evitargli tanti cambiamenti, vorresti farli sentire sicuri e non puoi.
Adesso i miei figli sono grandi e affrontano i cambiamenti lo spostarsi per il college con un altro spirito. Hanno imparato che le cose vere restano le amicizie vere rimangono anche a distanza. Che la casa e’ solo il luogo dove abiti quello che e’ importante sono le persone con cui sei. Io sono la casa per loro che io sia in Svizzera in Italia o in Australia.
“e’ uguale mamma, basta che tu sia felice e ci ritroveremo sempre!”

Mizzi
Mizzi
1 mese fa

Tutto vero Claudia… i bambini capiscono che il lavoro dei genitori comporta dei cambiamenti , ma questi cambiamenti ogni volta li obbligano a rinunciare al loro mondo e doverlo ricostruire. Certo svilupperanno una resilienza e una grande capacità di adattamento da grandi, ma temo anche una certa resistenza a formare legami che sanno essere effimeri e può anche svilupparsi un certo astio verso questo “stupido lavoro” dei genitori, specialmente in fase adolescenziale…