Home > Famiglia e Bambini > Famiglia d'origine > La separazione dal paese d’origine – il lutto migratorio

Pinaex riflette sul lutto provocato dalla separazione dal proprio paese d’origine. 

Secondo le stime delle Nazioni Unite, oggi le persone che vivono in un paese diverso dal proprio sono circa 191 milioni 1

Le condizioni in cui si realizzano gli spostamenti e le simbolizzazioni a cui rimandano sono molto diverse tra loro, tuttavia il termine migrare le comprende tutte intendendo: trasferirsi temporaneamente o stabilmente in un luogo diverso da quello d’origine.

Questa cornice di largo respiro mi permette di trattare in maniera generale questo appassionante fenomeno che ha caratterizzato la storia dell’umanità fin dalle sue origini, per poter poi affrontare alcune delle sue tipologie specifiche, tra cui l’espatrio al femminile di cui sono protagoniste le donne di Expatclic.

Il termine migrare comprende esperienze quali quelle ritratte da Emanuele Crialese nel suo splendido film Nuovo Mondoed esperienze quali quelle di operatori umanitari, dirigenti di aziende, diplomatici o funzionari di organismi internazionali.

Questo significa che, escludendo i viaggi turistici, mi occuperò dei processi psichici che accompagnano la maggior parte dei trasferimenti all’estero.

Trasferirsi temporaneamente o stabilmente in un paese diverso da quello d’origine è un processo che, insieme ai cambiamenti esterni, mette in moto tutta una serie di cambiamenti nel mondo interno degli individui2. Del resto questo è facilmente intuibile: cambiando il mondo esterno cambia necessariamente anche il modo in cui ci si rapporta a esso, cambia la propria posizione rispetto agli altri e dunque anche il modo di sentire e pensare se stessi. Parlo non a caso di “processo” e non solamente di evento per sottolinearne la natura trasformativa in un arco di tempo lungo, dove il principio e la fine ci sfuggono. Questo significa che la scelta di migrare non è stata “giocata” tutta nel momento in cui si è presentata l’”occasione”, si è accettato il lavoro all’estero ad esempio o in cui si è dato il consenso a seguire il proprio compagno…

L’inizio di questa “partita” è avvenuto in sordina, le regole del gioco sono state costruite nel tempo, nel proprio tempo ma anche in quello dei propri genitori e dei propri nonni, per buona parte inconsapevolmente come sempre nella costruzione dei processi psichici.

I cambiamenti che si producono nel processo migratorio costringono a lasciare luoghi, affetti, relazioni in rapporto ai quali è stata costruita la propria identità fino a quel momento. Questo di per sé comporta l’attivazione di processi che si articolano essenzialmente su due versanti: l’elaborazione della separazione da tutto ciò che fino a quel momento è stato il proprio mondo e il cambiamento identitario che questo comporta.

Benché la maggior parte di questo lavoro si svolga nei primi due anni di vita all’estero esso non si esaurisce mai, ogni tappa della vita comporta delle perdite e dei riposizionamenti di sé che arricchiscono e rendono più complesso il sentimento di identità.

Poiché si tratta di due processi molto complessi, in questo articolo mi occuperò solo del primo ossia dell’elaborazione psichica della separazione dal paese d’origine lasciando al prossimo articolo l’approfondimento del cambiamento identitario. E’ importante però tener presente che essi si svolgono parallelamente e si influenzano reciprocamente.

La separazione dal proprio paese si configura come un vero e proprio lutto anche se se ne differenzia per alcuni aspetti fondamentali.

Ma in cosa consiste il lavoro del lutto?3 Seguendo l’impostazione freudiana4, il termine lutto indica un processo dinamico complesso che coinvolge tutta la personalità dell’individuo, in modo conscio e inconscio. Esso comprende sia il dolore per la scomparsa di persone care o simboli (come patria o libertà), sia la sofferenza collegata allo sforzo per recuperare l’energia psichica investita nel legame con l’”oggetto” perduto. Finché l’energia psichica, o libido nella terminologia freudiana, è intrappolata nel rapporto con l’oggetto perduto essa non può essere utilizzata nel rapporto con la realtà ed è questo che determina la mancanza di interesse per il mondo esterno e per tutto ciò che non sia collegato all’oggetto amato. Il fatto che l’energia psichica non sia disponibile provoca un ritiro affettivo anche da altri legami e impedisce che ne vengano costruiti di nuovi. La sofferenza che si prova durante il processo di lutto non è dovuta solo alla perdita dell’oggetto esterno (persona o simbolo) ma anche alla perdita di parti di sé legate all’oggetto. Alcune di queste potranno essere recuperate col tempo ad altre si dovrà rinunciare perché indissolubilmente legate all’oggetto perduto. Non sempre si è consapevoli di quanto di sé si è perso con l’oggetto. Ciascuno di noi potrà richiamare alla memoria stati d’animo, espressioni, modi di essere, sensazioni che hanno fatto parte di noi in relazione a persone o luoghi che non ci sono più e che da allora non si sono più sperimentati.

Ora, da un punto di vista psicologico la persona che lascia il proprio paese si trova ad affrontare un lutto massiccio nello stesso momento in cui è impegnata ad adattarsi ad una nuova realtà. La quantità di energia psichica necessaria ad affrontare questo doppio compito è a volte superiore a quella disponibile e ciò può comportare dei problemi di varia natura.

Questa è la ragione per cui, approssimativamente, nei primi due anni di espatrio si concentra la maggior parte dei problemi a livello fisico, psicologico, professionale o relazionale riferiti dalle persone.

Anche se, come ho detto prima, la separazione dal proprio paese si configura come un vero e proprio lutto essa se ne differenzia per alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto non vi è una morte reale ma è la persona che parte a lasciare, nella maggioranza dei casi volontariamente, le persone che ama. Non vi è quindi una perdita definitiva ma un abbandono più o meno duraturo che espone, sia chi parte che chi resta, all’oblio.

La paura di essere dimenticati ma anche di dimenticare è una costante dei primi tempi di lontananza dal proprio paese e coinvolge anche i familiari e gli amici che restano.

In secondo luogo questo lutto, che proprio per le sue specificità è stato definito “lutto migratorio”, implica la separazione da gran parte di ciò che è stato il proprio mondo fino a quel momento: luoghi, spazi, oggetti, relazioni, affetti, interessi, impegni, vincoli, odori, sapori, lingua, valori, cultura…

L’importanza del lutto ossia la profondità delle perdite e del dolore che queste provocano e la capacità di elaborarlo dipendono da diversi fattori sia esterni che interni.

I fattori esterni sono legati alle condizioni nelle quali si realizza l’espatrio, il lutto sarà tanto più “importante” quanto più:

• Il trasferimento ha carattere permanente;

• Il ritorno, anche in visita, è più difficile;

• È un espatrio non voluto;

• Il paese di destinazione è lontano geograficamente, culturalmente, linguisticamente;

• L’espatrio avviene in solitudine, senza familiari al seguito;

• Alla partenza non si ha già un lavoro nel paese d’approdo;

• All’arrivo non si ha una casa dove andare ad abitare;

• Non si hanno amici o familiari che vivono già là;

• La partenza è improvvisa;

• Il trasferimento implica delle rinunce importanti dal punto di vista professionale;

• La partenza avviene a breve distanza dalla perdita di una persona cara.

Non prendo qui in esame l’abbandono del proprio paese per avere salva la vita a causa di una guerra, una catastrofe naturale o una persecuzione politica poiché a questo tipo di espatrio dedicherò in futuro un lavoro specifico.

I fattori interni riguardano invece le risorse psichiche, affettive e relazionali di cui si può disporre per affrontare il cambiamento e le perdite collegate. Il lutto sarà più facile da elaborare quanto più nella storia personale e familiare si saranno sperimentate esperienze affettive e relazionali positive. Positive non significa prive di dolore ma capaci di creare legami significativi e di interiorizzarli. La capacità di elaborare il lutto infine dipende dal modo in cui sono stati affrontati i lutti precedenti e dall’equilibrio psichico che ne è risultato.

Ho scelto di iniziare la collaborazione con Expatclic con questo tema perché fondante l’esperienza di espatrio… anche se spesso totalmente misconosciuto. Spesso infatti, soprattutto tra gli espatri privilegiati, il lutto viene negato, tutti i sentimenti di tristezza legati alle perdite sono soffocati in favore dell’entusiasmo con cui sono investiti la partenza e il Nuovo Mondo. Tornerò in un altro articolo su questo tema che merita uno spazio a sé.

Voglio concludere questo lavoro con dei frammenti ritagliati dal forum di Psicologia d’Expat sull’argomento “Quando avete deciso di andare a vivere all’estero…”:

“Per me la separazione dall’Italia non è stata dolorosa (…) seguivo l’uomo di cui ero follemente innamorata e questa era la mia priorità in quel momento”

“Vivere lontana dalla mia sicura casa italiana mi intrigava”

“…l’esperienza è stata tanto coinvolgente e piena che non ho davvero sofferto”.

Questi frammenti illustrano molto bene come questa separazione ha potuto contare su due importanti elementi facilitanti:

• il legame amoroso che garantiva contenimento affettivo e continuità col passato;

• la “Base sicura 5rappresentata dalla “sicura casa italiana”

Questi hanno sicuramente fornito delle sicurezze interiori che hanno lasciato a Claudia più margini di libertà nell’investire affettivamente luoghi e persone. Tuttavia anche in espatri felici come questo non è possibile evitare il lutto, magari viene rinviato e centellinato ma prima o poi, in forma più o meno mascherata, è necessario farci i conti:

“In ogni caso per me la vera separazione dall’Italia è arrivata più avanti, anche se non riesco a far risalire il momento a un periodo definito della mia vita.”

Le risorse interne disponibili per l’espatrio di Flaminia sono invece molto più fragili:

“Dopo la morte di mia mamma, nel 1997, quando avevo 44 anni, disgustata da una lunga serie di cose del Bel Paese, mi accinsi ad espatriare in Australia…”

“Insomma, per quel che mi riguarda, il comune denominatore dei miei due espatri è stato sempre lo stesso: il mio Paese d’origine mi ha profondamente delusa.

Ed io ho deciso che potevo benissimo farne a meno.”

Flamina non racconta come sono stati questi nove anni di espatrio ma si intuisce che non sono stati anni felici.

Voglio riportare, per chiudere, degli stralci ritagliati dai racconti di Barbara e Giulietta dove la sofferenza è assunta e riconosciuta:

“I primi momenti sono stati di panico totale. Mi sono trovata a vivere in una nuova città, (…) confrontata con una mentalità completamente diversa dalla mia, (…) un problema di lingua, una casa che dovevo imparare a conoscere ed a fare “mia”, amicizie zero… insomma ogni tanto mi sentivo presa dallo sconforto totale. Ricordo che a volte io e la mia piccolina vagavamo come due “zombie” per le strade della città.”

Nel racconto di Giulietta, che riporto quasi per intero, l’elaborazione del lutto è descritta in modo toccante e se ne coglie la portata nelle lacrime delle sue tre bambine:

“Sono quasi 10 anni che vivo all’estero e all’inizio è stata dura, veramente dura. C’era quel nodo allo stomaco che mi prendeva tutte le volte che partivo col treno da Torino per Parigi, mi sembrava di avere 5 anni, avevo gli occhi lucidi quando vedevo papà e mamma farmi ciao ciao dall’altra parte del vetro… e le nostre non erano mai separazioni troppo lunghe, almeno ogni due mesi riuscivamo a vederci.

Poi con il tempo ho imparato e forse sono anche cresciuta, adesso mi dispiace sempre partire ma so che torno a casa mia, nel mondo che mi sono creata, che ho costruito con mio marito e le nostre bambine. Adesso per me Torino è terra di vacanze, di ricordi, certo di affetti e amicizie profonde, ma la mia vita non è lì, partire non è più una sofferenza, ho preso coscienza della mia vita lontano.

Cosa strana, adesso mi sento a volte addirittura a disagio, nella mia città, (…) a volte mi chiedo se la vita all’estero non ci renda più ricchi in qualcosa dentro di noi, rispetto a chi è rimasto, e questo renda nel tempo il distacco più dolce. Adesso che la mia mamma è rimasta da sola a farci ciao alla partenza devo però gestire un nuovo problema, non sono più io quella con le lacrime agli occhi (benché lei mi manchi enormemente), ma ho tre bambine in lacrime, per le quali ogni volta partire da Torino, città in cui non hanno mai vissuto, è una vera e propria sofferenza. Perché?”

Ringrazio di cuore Claudia, Flaminia, Barbara e Giulietta per il loro prezioso contributo.

Pinaexpat
Roma, novembre 2006

Note :

1. Caritas/Migrantes – Immigrazione – Dossier statistico 2006. Presentato a Roma il 25 ottobre 2006 alla presenza del Presidente del Consiglio Romano Prodi. E’ la fonte più autorevole in Italia sui dati relativi ai migranti in ingresso e in uscita nel nostro paese.

2. Per l’elaborazione di questo articolo ringrazio il “Gruppo di viale Angelico” di Roma che mi ha messo a disposizione la propria produzione teorica.

3. Roberto Garcia Lutto normale e patologico nella situazione dell’immigrazione – Seminari di Neuropsichiatria e Psicoterapia – Ed. Universitarie Romane, 1997.

4. Sigmund Freud (1917) Lutto e melanconia, in Freud Opere Vol. VIII, Ed. Boringhieri, Torino 1976.

5. John Bowlby (1988) Una base sicura. Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano 1989

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