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seguire il proprio partner

Barbara è italiana e vive a Melbourne, la città natale di suo marito. In questo appassionante articolo ci racconta il suo percorso di espatrio per seguire il proprio partner, con profonda onestà e passione. Grazie di cuore Barbara!!!

 

seguire il proprio partnerNel 1989 approdai, dopo anni di vagabondaggio, in una cittadina della Tailandia del nord, Nong Khai. Qui rimasi affascinata dalla gente, dal fiume Mekong, dal profumo delle spezie e dell’incenso nei templi e mi fu difficile ripartire.

Doveva trattarsi di una vacanza, ero capitata a Nong Khai per caso, ma rimasi per un anno intero. Ebbi la fortuna di trovare lavoro nella guest house in cui ero ospite, un angolo di paradiso sul fiume Mekong, casettine di legno sotto i banani, viaggiatori di tutto il mondo che andavano e venivano, fiori di ibisco e tanta tanta pace. E qui incontrai Nigel, arrivato una mattina con il primo treno, australiano alto e dinoccolato, che, a detta sua, si innamorò a prima vista della ragazzina italiana alla reception che chiese il suo passaporto!

Il processo per me fu un po’ più lungo ma alla fine cedetti alle sue attenzioni e, dopo aver vissuto con lui per un anno in Europa, lo seguii dall’altra parte del mondo.

L’Australia era da un po’ nei miei piani e trovavo l’idea di un’avventura nel profondo sud molto allettante per cui mi buttai in questo nuovo progetto piena di energia ed entusiasmo.

In quel primo anno insieme avevamo vissuto a Londra per un po’ e poi nel mio paesino della Liguria. Avevamo imparato a conoscerci, sapevamo che la nostra convivenza non era sempre facile, essendo due persone molto diverse, sia culturamente che caratterialmente, ma eravamo convinti che il nostro amore potesse superare ogni ostacolo.

Mi pareva di aver perso la mia individualità ed essere identificata solo come parte di una coppia.

E il primo ostacolo non tardò a presentarsi. Pochi mesi prima della partenza per Melbourne ero sul treno diretta al lavoro quando di colpo la testa cominciò a girarmi, il cuore a battere velocissimo e le gambe non mi reggevano. A stento arrivai in ufficio dove le colleghe mi soccorsero con acqua e zucchero e abbracci di sostegno. Una volta al sicuro l’attacco passò. A questo ne seguirono altri e, su consiglio di un’amica che era sicura fossi afflitta da “attachi di panico”, andai a vedere uno psicologo.

Ero piuttosto scettica e pensavo si trattasse di qualcosa di fisico visto che attraversavo un periodo particolarmente felice e spensierato e non capivo come panico e ansietà potessero essersi intrufolati quando mi sentivo così rilassata. Mi sbagliavo, e, apparentemente, il mio problema era proprio quello: attacchi di panico causati dall’imminente cambiamento nella mia vita, il trasferimento in Australia.

Ovviamente partii comunque pensando, ingenuamente, che una volta arrivata a destinazione avrei lasciato quei fastidiosi attacchi alle spalle. Invece rimasero per anni, facendo capolino quando meno me lo aspettavo e mettendo una nuvola nera sulla mia nuova avventura.

Arrivai a Melbourne piena di aspettative. Essere accolta con calore da famiglia e amici di Nigel, lavoro assicurato e un fidanzato completamente dedicato a colmare ogni mio bisogno perchè, in fin dei conti, avevo lasciato tutto per lui!

E quando mi sono fermata un pochino a dare un’occhiata ho pensato: cosa ci faccio qui?

Melbourne era vuota, grande e molto “nuova”. In più faceva freddo, ma non ero arrivata nella terra del sole e del mare?

Nella famiglia di Nigel erano tutti impegnatissimi a vivere le loro vite; i suoi amici erano gentili ma mi vedevano come “la ragazza di Nigel”. Mi pareva di aver perso la mia individualità ed essere identificata solo come parte di una coppia. Dopo un anno di lontananza, Nigel cercava di ritrovare il suo posto nella società, cercava di capire cosa voleva fare nella vita e aveva poco tempo per preoccuparsi del mio benessere. Mi aveva conosciuto forte e indipendente e questa nuova persona piena di bisogni e di insicurezze gli era del tutto sconosciuta.

Anche trovare lavoro si rivelò impossibile dato che avevo solo un visto turistico.

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Barbara e la sua famiglia

E anche questa volta, nonostante l’esperienza fosse stata tutt’altro che positiva, decisi di continuare sulla strada che avevo scelto e richiedere la residenza come de facto di Nigel.

Nel 1992, dopo un periodo passato in Italia, arrivai a Melbourne per la seconda volta, questa volta come residente.

A questo punto molte di voi si chiederanno: ma perchè, dopo la prima esperienza fallimentare, sei tornata?

La risposta più facile sarebbe: per amore. Se volevo rimanere con Nigel questo era l’unico modo possibile. Ma non credo che la risposta sia così chiara e definitiva e ancora oggi, a distanza di anni, a volte mi capita di chiedermelo e di non trovare un motivo preciso e assoluto.

Il fatto è che mi sono ritrovata di nuovo qui, con momenti buoni e momenti meno buoni. Un lavoro che mi riempiva di soddisfazioni. Una casa in un quartiere multiculturale e interessante. Amici che piano piano cominciavano a formare la mia rete di supporto. La mia nuvoletta sempre nelle vicinanze. Nigel che ritrovava il suo posto e la sua serenità. E anche una macchina!

Poi sono arrivate le bambine, tanta tanta gioia, nuove amicizie, nuove dinamiche in famiglia, nuova casa, poco tempo per guardarsi dentro e domandarsi cosa c’è che non va. E quando mi sono fermata un pochino a dare un’occhiata ho pensato: cosa ci faccio qui?

Il risentimento e la rabbia che avevo accumulato avevano oscurato gli stati d’animo positivi e mi impedivano di vivere una vita piena e appagata.

La colpa era di Nigel. Io avevo dato tanto e lui niente. Io avevo perso tutto e lui niente. Il mio matrimonio era un fallimento, una strada a senso unico ed ero stufa di essere l’unica a dover pagare i conti mentre lui viveva di rendita. Questo divenne il mio pensiero fisso e avvelenava tutti gli aspetti della mia vita. Non era niente di nuovo, erano solo questioni irrisolte che avevo accatastato in un angolo e che tornavano alla ribalta.

Era giunto il momento di reagire e fare qualcosa, di cercare di salvare il salvabile. Un’amica mi parlò di un corso, un ritiro di otto giorni, in cui lavorare su se stessi ed imparare a vivere meglio.

Il risentimento e la rabbia che avevo accumulato avevano oscurato gli stati d’animo positivi e mi impedivano di vivere una vita piena e appagata. Ero così abituata a dare la colpa del mio malessere a fonti esteriori (il clima, gli australiani, i miei genitori, mio marito…) che avevo completamente perso controllo della situazione. L’unica cosa da fare per riprendere in mano la mia vita era assumermi la responsabilità delle mie scelte. Dopo tutto ero una donna adulta, intelligente e capace, in grado di decidere come e dove vivere; una donna incaricata della sua felicità e disposta a far fronte agli ostacoli affrontandoli anzichè aggirandoli.

Assumere la responsabilità delle mie scelte: sembra una cosa così semplice e scontata ma a distanza di anni ricordo ancora il sollievo provato quando ho realizzato questa cosa. Mi ero creata un ruolo da vittima senza neanche accorgermene, avevo lasciato a fattori esterni il potere sulla mia felicità (o meno!) e riprendendo in mano questo potere mi sentii di colpo più forte e pronta ad affrontare il mondo!

Con questa nuova forza e sicurezza decisi di tirar fuori il mio sogno nel cassetto e tornare a studiare per diventare counsellor, con l’intenzione di poter offrire, in maniera professionale, sostegno e guida a chi, come me, decide di seguire il proprio partner.

Cercando una definizione in italiano per counsellor mi è piaciuta questa: ascoltatore professionista. Nel mio percorso ho avuto la fortuna di trovare counsellors che mi hanno soprattutto ascoltata, senza giudicare e senza darmi consigli. Sono convinta che questo ascolto “incondizionato” mi abbia portata ad affrontare e, eventualmente, risolvere i miei problemi.

Mi piacerebbe offrire, a chi ne sente il bisogno, uno spazio in cui poter esplorare nuove possibilità, in cui esaminare cosa ci impedisce di vivere appieno questa nuova esperienza e offrire sostegno per affrontare l’espatrio come una scelta da fare anzichè subire.

 

Barbara
Melbourne, Australia
Maggio 2011

 

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