Home > Vita d'Expat > Salute mentale > Supporto psicologico in espatrio: quanto è difficile chiedere aiuto

Mentre rivolgersi ad un dottore per un problema fisico è un’azione che compiamo regolarmente e senza pensarci troppo, chiedere aiuto ad un professionista per un malessere emotivo o psicologico è più difficile. La testimonianza di Lucia è un dono prezioso e ci ricorda l’importanza del supporto psicologico in espatrio.

 

 

La vita è una serie di piccole e grandi sfide, ostacoli, incertezze che, giorno dopo giorno, affrontiamo con coraggio e determinazione.

Ma nonostante ognuna di noi abbia innumerevoli risorse e capacità, capita a tutte di sentirsi sopraffatte, abbattute, perse. Intrappolate in un garbuglio di pensieri ed emozioni che ci impedisce di capire che direzione prendere, che provoca ansia e paura e ci blocca dal vivere la vita che vorremmo.

Per chi vive all’estero queste sfide sono amplificate da problemi pratici ed emotivi come, per esempio, non capire come funzionano i servizi che potrebbero offrirci supporto e non avere la nostra rete sociale a sostenerci.

Quando Lucia, dopo la nascita della sua prima figlia, si è trovata a soffrire di una forte depressione post-parto, ha sentito più che mai il peso della distanza da casa e, con grande forza e consapevolezza, ha capito che doveva chiedere aiuto.

Riconoscere che abbiamo bisogno di aiuto è un aspetto determinante per ritrovare il nostro benessere emotivo e, in molti casi, fisico ed è un primo passo che richiede un grande coraggio.

Dopo aver accettato che non poteva risolvere il suo disagio da sola, Lucia ha dovuto scontrarsi con una serie di ostacoli.

Innanzi tutto, si è trovata a dover affrontare una realtà estranea, isolata da tutto ciò che le era famigliare e da punti fermi a cui aggrapparsi.

“Mi sentivo spaesata in questa realtà” racconta, ricordando quel difficile periodo. Oltre a non conoscere il sistema sanitario locale, era anche in una zona rurale, con pochi servizi a disposizione.

Il primo tentativo fu di rivolgersi alla pediatra della figlia che la congedò con superficialità, affermando che “stare male” dopo il parto “succede”.

Fortunatamente dopo qualche settimana trova una dottoressa più comprensiva e, tramite lei, può finalmente cominciare un percorso di sostegno psicologico che la porterà, piano piano, a riprendere il controllo della sua vita.

Lucia, come molte di noi, era abituata a mettere in secondo piano il malessere emotivo e a credere che fosse importante cavarsela da sola.

Per aiutarla, amici e famigliari, le dicevano: “Perché devi stare male così? Hai tanto dalla vita!”. Lucia ammette che queste frasi, benché dette con affetto, non erano d’aiuto in quel periodo ed andavano ad alimentare paure e perplessità.

Ma rivolgersi ad un estraneo, sebbene professionista, creava altri dubbi: “Sarà capace di capire me, che sono particolare? Ne avrà i mezzi?”

E la lingua? In quei primi anni per Lucia la lingua straniera rappresentava un nemico, un altro ostacolo che l’allontanava da casa, dove avrebbe voluto essere. Sarebbe stata in grado di esprimere quello che provava e di sentirsi capita completamente?

Inoltre nella sua mente, c’era un pensiero fisso: “Se chiedo aiuto adesso, dovrò chiedere aiuto sempre? Resterò “azzoppata” e non saprò più risolvere i miei problemi da sola?”

Al contrario di quanto pensasse, chiedere aiuto le ha offerto un’opportunità di capirsi meglio e trovare risorse che non sapeva di avere. Ha scoperto l’importanza di riconoscere ed occuparsi dei suoi bisogni, accettando il valore delle sue esigenze e riconoscendo che non c’è niente di sbagliato in lei.

Ha fatto pace con se stessa rendendosi conto che non può separare i vari aspetti della sua vita e che è importante trovare un equilibrio tra l’aspetto emotivo, fisico e intellettuale e spirituale.

supporto psicologico in espatrio

Attraverso una serie di domande mirate che, Lucia dice, “tu non osi porti”, la psicologa l’ha condotta a “districare il garbuglio di emozioni latenti e ritrovare il cammino giusto per dipanare questa confusione”.

Ha anche risolto il problema della lingua trovando una psicologa italiana che, in quel periodo, era necessario per rassicurarla.

Quando, anni dopo, Lucia si è ritrovata ad affrontare quella che definisce “la seconda ondata” era sicuramente più preparata.

Dopo anni di vita all’estero si sentiva più a suo agio sia con la lingua che con il sistema e questo le ha permesso di essere in maggior controllo della situazione.

Questa volta era consapevole di quello che l’aspettava e lo descrive così:

“È come avere un vecchio armadio che non pulisci da anni. Mi sono detta: devo farlo proprio oggi? Sapendo cosa avrei trovato dentro. Ma avevo voglia di fare ordine interiore meglio, più a fondo. Pur essendo consapevole che non avrei potuto mettere tutto a posto. L’armadio ha le porte per un motivo!”

Trovo che questa metafora colga l’essenza di un percorso di supporto psicologico e, secondo me, dimostra la consapevolezza raggiunta da Lucia in questi anni di lavoro su se stessa.

Ci sono momenti nella vita in cui abbiamo bisogno di riordinare, anche se sappiamo che aprire quella porta può farci trovare cose che speravamo restassero nascoste!

Lucia ha dato prova di grande coraggio, riconoscendo il suo disagio e ammettendo che non poteva farcela da sola. Ora sa di avere le risorse per affrontare e superare gli ostacoli che appariranno sul suo cammino, ma allo stesso tempo la rassicura sapere che c’è qualcuno pronto a tenderle una mano in caso di bisogno.

Ringrazi0 Lucia per aver condiviso la sua esperienza con tanta generosità e per il messaggio con cui ci lascia:

“Se anche voi vi sentite in un periodo di difficoltà, ricordatevi innanzitutto che può succedere a chiunque; passare momenti difficili non significa che ci sia qualcosa che non va in voi! E non abbiate timore a cercare qualcuno, meglio un professionista, che possa aiutarvi, vicino a voi o anche da remoto“.

Barbara Amalberti (Barbaraexpat)
Melbourne, Australia
Aprile 2021
Foto ©Pixabay e Unsplash

 

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