Home > Nord America > Stati Uniti d'America > Addio e espatrio – un viaggio dentro e fuori
addio e espatrio

Federica è una carissima amica di Expatclic, attiva nel té letterario e sulla nostra libreria virtuale. Dopo aver letto l’articolo di Claudiaexpat sull’addio in espatrio, ci manda questa profondissima riflessione. Grazie Federica!

 

In espatrio ho imparato a dire addio a quelle parti di me che mi identificavano vischiosamente a cose che altri e altre mi avevano appiccicottato addosso. Grazie all’espatrio, che è anche attitudine mentale e pratica di vita, alleno costantemente la capacità del distacco come parte armonica del fluire degli eventi e delle esperienze, e non rottura dolorosa, lacerazione incotrollabile.

Mi scuso per l’esagerazione, ma lungo il mio crescere, tutte le occasioni in cui si presentava un distacco erano lasciate in sospeso, senza spazio, senza parole e in preda ad un’emotività ipertrofica e fuori controllo che oggi mi fa sorridere, ma allora mi sconquassava tutta.

Mi vien la tenerezza a prensare che da bambina c’erano due situazioni che mi gettavano nello sconforto più profondo perchè gli adulti che mi circondavano le gestivano in maniera davvero bislacca e totalmente incuranti di avere delle responsabilità adulte verso di me: i distacchi e perdere la strada (io adoro deviare lungo la via e perdermi seguendo sentieri che non posso mettere in programma perchè non so che esistono). E, che bello congedarsi da cose, luoghi, persone e da parti di noi che hanno eaurito la loro portata, la loro forza energetica oppure che non si sono mai sviluppate.

Basta fine chiuso, niente meglio dell’espatrio crea quelle condizioni necessarie a fermarsi per riflettere e pensarsi e ri-definirsi e soprattutto a lasciare andare. E’ proprio bello.

Nel 1998 passo un’estate a lavorare in un bar per mettermi via i soldi per andare negli Stati Uniti sulle orme di Janis Joplin, per respirare l’aria delle Black Hills, per togliermi la soddisfazione di camminare lungo la baia di San Francisco (oggi vorrei rifarlo un viaggio simile sulle tracce di Louse Erdrich, di bell hooks, di Angela Davis, di Jackline Kennedy, di Patty Smith, vorrei poterle incontrare tutte queste creature e stare nei luoghi che abitano o abitarono perchè sono così potenti da riuscire a far arrivare la loro energia anche a casa mia attraverso le loro parole, le loro voci, i loro accordi musicali… forse potrei iniziare una campagna di crowfunding!!).

Quando parto ho un viaggio ben pensato e programmato dalla porta di casa mia alla porta di casa mia attraverso Roma, New York, Rapid City e poi via verso la baia, percorrendo le strade che furono fatte dai coloni attraversando piccole cittadine ‘usa e getta’, oggi completamente abbandonate. In sottofondo le voci e i ritmi di Janis Joplin, dei Jefferson Airplane, di Frank Zappa, di Joan Baez, di Joni Mitchell, Patty Smith…

Solo che quando atterro a New York non so più chi sono. Tutto quello che fino  a quel momento aveva significato fin troppo, incluso il mio essere lì, era stato il risultato di una vita in reazione a qualcosa e a qualcuno, e allora cosa ci facevo a New York? Negli Stati Uniti?

Non nasconderò che per i restanti giorni del mio viaggio faticai tantissimo. Paradossalmente ora che mi trovavo fisicamente, materialmente nei posti che tanto avevo immaginato e desiderato visitare, ero lontanissima.

Quando finalmente arrivai a Rapid City in South Dakota, il piccolo aeroporto che ricordava più una stazione degli autobus, le poche persone intorno a me che si salutavano con genuine famigliarità, le dimensioni contenute della cittadina, piccolissima, mi quietarono.

Nel motel Holiday Inn che avevo prenotato per tre notti mi feci una doccia calda e rilassante e con il pigiama addosso e gratificata dal senso di stanchezza accesi la tv e sullo schermo ritrovai i volti famigliari de Gli amici di papà, Full House in inglese, la serie televisiva che guardavo anche in Italia (è strano come quando siamo fuori dall’Italia l’identità nazionale soppianta quella campanilista tanto importante quando ci troviamo lì). Mi fece effetto sentir parlare i personaggi nella loro lingua e conoscere le loro voci e allo stesso tempo mi confortò tantissimo: quelle erano le loro vere voci e il loro vero modo di parlare, la loro lingua.

Non mi dilungo nei dettagli, magari ci saranno altre occasioni di racconti, quello che mi preme condividere qui è che durante quel percorso diedi l’Addio che mi riconciliò con questa salutare pratica mistico spirituale. Quell’Addio risolse uno di quei nodi particolarmente dolorosi che si formano quando siamo piccole a causa di ingarbugliamenti che gli adulti gestiscono con amore maldestro e pasticcione.

Da quel momento non ho mai smesso di viaggiare e soprattutto di soggiornare fuori dall’Italia. E’ qui, in questa dimensione expat che i miei inceppamenti emozionali si snodano, a volte si sciolgono e quasi sempre ripendono le loro dimensioni vitalmente armoniche.

Tornai negli Stati Uniti molti anni dopo per studiare, passando per Roma, Londra, Chicago, Omaha con base ad Hastings in Nebraska da dove muovevo per andare nelle Riserve. Hastings non è molto diversa da Rapid City, stessa fondazione pionieritica, quando arrivai mi sembrò di essere tornata a casa. E quando ripartii l’addio non ci fu.

Oggi ogni volta che mi congedo da un luogo saluto le persone, ma anche i posti, gli spazi che ho abitato, come faccio ogni giorno nè più nè meno, e continuo a contattare amiche e amici come sempre, complice la tecnologia e gli strumenti che offrono dimensioni spazio-temporali  fino a pochi anni fa non accessibili. In fin dei conti io non lo so se tornerò o no e allora perchè dire addio quando in italiano abbiamo quella bellissima espressione pass partout che è ‘ciao’?!

P.S. Prima di congedare questa chiacchiera mi ricordo di dare un’occhiata al libro (elettronico in questo caso) prediletto, su Treccani.it alla voce ‘addio’ leggo: “Sing. Masc. dalla locus. A Dio, sottinteso ‘ti raccomando’ o sim. (…) Forma di salute usata per accomiatarsi definitivamente”.

 

Federica Marri
Prato, Italia
Febbraio 2021
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