Home > Sudamerica > Perù > Un sogno a tinte forti, la storia di Alessandro Fassio in Perù
sogno a tinte forti

Alessandro Fassio è un giovane italiano che ha scelto di vivere in Perù. E’ un piacere parlare con lui, non solo perchè non ti chiede subito di che squadra sei, ma soprattutto perchè si sente che ama e rispetta il paese in cui vive. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia, e lui l’ha fatto con una passione e un trasporto che sicuramente vi coinvolgeranno. Buona lettura, e grazie Alessandro !

Erano le 9.30 del 27 luglio 1995. Uscii dall’hotel e mi ritrovai nel mezzo di un caos umano generalizzato. Le strade sembravano un immenso mercato delle pulci, ovunque vestiti, vecchi libri ingialliti, lustrascarpe, pezzi di televisori. Il rumore del traffico prodotto da centinaia di colossali ford station wagon e da strombazzanti ed arrugginite chevrolet degli anni 60 lottava strenuamente contro decine di radio gracchianti con cui la miriade di venditori cercava di attirare l’attenzione dei passanti.

In seguito anni dopo mi resi conto che in Perù umanità e disumanità sono solo due facce di una stessa medaglia molto piccola ma coniata in sorprendente abbondanza.

Alcune ore dopo mi resi conto che mi ero completamente perso. Continuai a camminare senza sosta tra quella palude umana fino all’imbrunire lasciandomi trasportare dalla curiosità, inseguendo le note di una melodia o il luccicare di una bancarella. Era il caos del centro di Lima della metà degli anni 90. Ero in Perù. Nella sua convulsa capitale, mostro urbanistico tentacolare frutto dell’improvvisazione e della disperazione dei suoi fantasiosi, melancolici, tenaci abitanti.

Non dimenticherò mai quel prolungato vagare di più di dodici ore attraverso un paesaggio urbanistico spesso fatiscente ma carico di ricordi, di testimonianze del tempo, denso di odori e di umori, ricco di sguardi, attenzioni, sorrisi, e pericoli. Dal primo istante sentii una vampata di umanità invadere i miei sensi.

Era nato un amore ed aveva partorito un sogno a tinte forti che urlava a squarciagola di essere trasformato in progetto.

In seguito anni dopo mi resi conto che in Perù umanità e disumanità sono solo due facce di una stessa medaglia molto piccola ma coniata in sorprendente abbondanza. Dopo due settimane avevo immagazzinato una così vasta galleria di ritratti, facce, espressioni, anedotti, soprattutto di tassisti e delle loro incredibili storie, che alla sera prima di addormentarmi ripercorrevo un mio viaggio immaginario di volto in volto, di sorriso in sorriso, di sguardo in sguardo, di aneddoto in anedotto rivivendo la magia di favole raccontate quando bambino mia zia mi accompagnava tra le braccia di Morfeo.

sogno a tinte fortiNelle settimane che seguirono ogni risveglio fu come iniziare un nuovo sogno, dalla lussureggiante vegetazione amazzonica, alle fredde steppe degli altopiani, ai ghiacciai perennemente innevati, allo sconfinato deserto costiero, una sequenza di paesaggi sconvolgenti, di incontri sensazionali, di emozioni struggenti saltellava allegra davanti ai miei occhi increduli. Fino al ritorno a Lima. Che mi accolse con la sua esplosiva carica di irrazionalità.

Nei tre anni seguenti riuscii a tornare almeno una decina di volte in America Latina lavorando come accompagnatore turistico per una importante organizzazione italiana. Finché nel maggio del 1998 elaborai a Città del Messico la mia tesi di laurea in storia dell’America Latina con uno studio sulle strategie di sopravvivenza delle classi popolari urbane a Città del Messico durante gli anni 80. La dedica parlava chiaro: “ai bambini di Città del Messico e ai loro sogni ingiustamente rubati”. L’America Latina, le sue contraddizioni, le sue improvvise esplosioni di allegria, le sue rivoluzioni, i suoi torti secolari, i suoi miti, l’anarchia e la libertà, la sofferenza e la disperazione, le infinite possibilità che il continente presentava mi avevano definitivamente stregato. Era nato un amore ed aveva partorito un sogno a tinte forti che urlava a squarciagola di essere trasformato in progetto. E il Perù era il luogo più adatto per iniziare a costruirlo.

Vivevo in un paesaggio surreale popolato da gente tranquilla e sorridente, disponibili ad aiutarmi a trasformare in progetto il mio sogno.

Volevo confrontarmi con qualcosa di assolutamente concreto. Incontrare finalmente le contraddizioni del sottosviluppo, confrontarmi con il capitolo tredici del saggio di Towmsend sul circolo vizioso della povertà, toccare con le mie mani il perché del fallimento delle teoria economica del take off. Pensai che il solo ambito nel quale avrei potuto tentare di inventare qualcosa era il turismo. Negli anni passati avevo accumulato abbastanza esperienza in questo ambiente, conosciuto un sacco di gente, esplorato luoghi e risolto situazioni.

sogno a tinte fortiIl 15 giugno 1999 all’interno di una pittoresca casa in stile vagamente coloniale, il cui color celeste era offuscato dalla polvere e dallo smog di una città di 8 milioni di abitanti in cui non piove mai, il notaio iniziò a leggere il testo della costituzione di una società anonima chiusa formata dal sottoscritto e da un suo conoscente peruviano. Prestai molta attenzione a quella cantilena anche se le mie conoscenze giuridiche unite alla dimestichezza con la lingua spagnola fecero sì che compresi non più del 70% di quanto lesse. Al momento di siglare l’accordo che mi apriva le porte a quella che concepivo come la più insolita avventura che mi potessi regalare, la penna scivolò veloce alla fine delle pagine fitte di intenzioni e ricordo che in quel momento pensai che il giorno in cui il sogno trasformato in progetto avesse iniziato a trasformarsi in prigione avrei rotto quel contratto come si rompe con un matrimonio ormai sterile.

Mi aspettava una sequenza di uffici, documenti, burocrazie, di ogni tipo e forma, un labirinto che decisi di affrontare con la curiosità antropologica che un ricercatore ha nei confronti di una nuova e promettente cavia. L’ostacolo maggiore fu ottenere il permesso di residenza. Essendo entrato in Perù con un visto turistico dovetti prima di tutto procedere ad un cambio di qualità migratoria da turista a imprenditore, “inversionista”. Parola che faceva stupire i ligi funzionari del ministero assolutamente sorpresi dall’anomalo caso che si trovavano ad affrontare e purtroppo assai più lenti dei loro colleghi incaricati di elargire visti turistici ad immense file di loro connazionali, promesse fatiscenti di una vita migliore in un paese spesso ostile, ingrato e comunque imposto.

Un giorno, uno dei tanti in cui tentavo di avere informazioni sul mio “expediente” decisi di capire dove iniziava la coda di quelle umane speranze in procinto di iniziare la loro avventura, percorsi tutto il salone calpestando piastrelle color giallo ocra consumate dal tempo, giunsi alle scale e vidi con sorpresa che il serpentone umano seguiva ligio il mancorrente, silenzioso e rassegnato, mi accinsi a percorrere le sei rampe di scale, scesi tre piani e con immenso stupore mi resi conto che la fila attraversava l’ampio corridoio del piano terra fino a puntare con forza e determinazione verso l’uscita dell’ufficio distaccato di Immigrazione e Naturalizzazione. Vivevo in un paesaggio surreale popolato da gente tranquilla e sorridente, disponibili ad aiutarmi a trasformare in progetto il mio sogno. O per lo meno questa era la mia percezione della realtà.

In quei giorni frenetici, gli ultimi del secondo millennio, almeno secondo il calendario cristiano, incontrai casualmente un ragazzo che lavorava nell’hotel dove anni prima mi ero alloggiato; preoccupato mi disse che era in procinto di perdere il lavoro, l’hotel chiudeva i battenti. Gli parlai dei miei progetti e dell’intenzione di fondare un’organizzazione turistica in Perù, effettuare viaggi insoliti, scoprire nuovi orizzonti, introdurre una diversa forma di relazioni e di rispetto. Il primo settembre iniziò a lavorare con me. Una mattina di sei mesi dopo mi sorpresi vederlo arrivare in ufficio con un catalogo di viaggi del 1995 della società per la quale lavoravo allora come accompagnatore turistico. Mi mostrò una dedica scritta di mio pugno con la quale mi auguravo che le nostre strade un domani si fossero incrociate nuovamente. Sono passati sei anni, oggi è diventato il mio braccio destro oltre che il mio nuovo socio. E il frutto del solito, irresistibile, intenso, surreale profumo che emana la frontiera, luogo in cui le strutture prendono forma sotto gli occhi di tutti al ritmo di un melancolico huayno o di una sensuale salsa.

Gli anni che seguirono furono spesi a creare un’organizzazione in grado di rispondere alle esigenze di un mercato in espansione, competitivo e stimolante oltre che a percorrere in lungo e in largo il paese con frequenti sconfinamenti in Bolivia, Cile, Ecuador. Alcune storie valgono la pena di essere narrate.

Erano le 6 del mattino dell’11 settembre 2001. Il mondo si apprestava ad aprire con tragicità il nuovo millenio, un fuoristrada guidato dal sottoscritto in compagnia di un meraviglioso amico italiano, una intraprendente giornalista e un fotografo motivato da una solida curiosità antropologica, iniziava ad arrampicarsi lungo i tornanti della Carretera Central, una strada che taglia trasversalmente le Ande da ovest a est collegando Lima con le pianure amazzoniche dell’Oriente e superando nello spazio di soli 120 km un passo di 4.870 metri di altitudine. La nostra meta era la mitica città di Iquitos, nel cuore dell’Amazzonia peruviana, mito che avremmo raggiunto dopo due giorni di viaggio fino alle città di Huanuco, Tingo Maria e Pucallpa dove finalmente ci saremmo imbarcati navigando sei giorni lungo il fiume Ucayali a bordo di una chiatta adibita al trasporto di merci e di esseri umani di svariata provenienza.

Stavo sorseggiando una tazza di fumante mate de coca in uno sperduto villaggio dell’altipiano andino quando appresi da un televisore in bianco e nero dell’attentato alle Twin Towers. Due giorni dopo salpammo a bordo della “potente e modernissima motonave Tucan” dopo che centinaia di braccia avevano fatto scivolare nella stiva ogni genere di mercanzia possibile e immaginabile tra cui la ragione del ritardo di due giorni sulla data di partenza prevista: alcune migliaia di bottiglie di yoghurt Gloria trasportate da un camion che ricordammo di aver superato non più di un ora dopo aver lasciato Lima e che aveva attraversato per 46 ore tutta la cordigliera delle Ande.

Per chi non lo sapesse Iquitos non è collegata al resto del mondo da nessuna strada, l’unico modo di arrivarci o farvi giungere merci è in aereo o lungo il fiume Ucayali. Il sapore denso del solito surrealismo che caratterizza la frontiera peruviana. Nei sei giorni di lenta, intima, silenziosa navigazione non credo di aver mai avuto meno di tre bambini in collo tranne che di notte quando si cercava di dormire in amaca o si scrutava il cielo stellato dal ponte del glorioso Tucan. Confermo che Iquitos esiste anche se durante gli ultimi due giorni di navigazione iniziammo a dubitare della sua reale esistenza.

La mia passione per le montagne mi ha portato a raggiungere qualche cima minore in Cordigliera Blanca e a sfiorare per lo meno nelle intenzioni il tetto dei 6,000 metri durante un tentativo all’Artensoraju in compagnia di alcuni fantastici amici peruviani andinisti, vanificato da un’abbondante nevicata notturna che ha reso la fotogenica parete sud impraticabile.

Al momento l’impresa più faticosa resta quella di aver creato una società in Perù. Il Tucano, la mia agenzia viaggi, è un’avventura che non smette di emozionarmi e di farmi ringraziare la decisione presa in quella pittoresca casetta azzurra. Oggi, pur molto giovane, viaggio meno che alcuni anni fa, la società è cresciuta e vanta tre uffici a Lima, Trujillo e Cusco, vivacemente animati da una quindicina di eccezionali collaboratori, che ho avuto la fortuna di incrociare lungo il mio cammino e che mi fanno credere una volta di più che il Perù è un posto magico e surreale dove l’amore partorisce un sogno a tinte forti e questo diventa un progetto.

Alessandro Fassio
Lima, Perù
Giugno 2005
Foto ©AlessandroFassio
tranne la principale
di McKayla Crump su Unsplash

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