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Per questo speciale “Espatrio duro”, Lisaexpat ha intervistato Christina, un’italiana attualmente espatriata in Cina, ma con la quale aveva condiviso un periodo a Khartoum, Sudan. Il focus dell’intervista è infatti sulle esperienze sudanesi di Christina.

Christina è una delle prime persone che ho conosciuto al mio arrivo in Sudan un anno e mezzo fa. Quello era per lei il terzo anno a Khartoum. E’ venuta seguendo il marito diplomatico. Ho avuto subito una bellissima impressione di lei. Una persona molto aperta e solare. Tre figli, di cui l’ultima concepita in Sudan, e una serie di esperienza sudanesi molto interessanti. Tra noi è nata una bella amicizia, ci siamo consolate a vicenda nei momenti difficili. Lei è anche la madrina di mia figlia, la minore. Christina purtroppo è partita per Pechino 8 mesi fa.
Da pochi giorni ho potuto riabbracciarla perché ha deciso di passare le vacanze a Khartoum.
Per me è stato molto interessante poter approfondire con Christina il tema dell’espatrio duro e poter confrontare, grazie alla sua testimonianza paesi così diversi tra loro come il Sudan e la Cina.

 

Christina, mi racconti come hai vissuto il tuo espatrio qui a Khartoum, quali difficoltà hai incontrato, è stato duro per te?

Quando ho saputo che dovevamo venire qui ho provato a raccogliere informazioni sul paese ma non riuscivo a trovare niente. Sono arrivata sei mesi dopo mio marito e già la casa scelta da lui non mi piaceva. Inoltre la parte della moglie di diplomatico mi stava stretta. Ho poi conosciuto una ragazza che stava qui da otto anni che mi ha fatto conoscere molte persone che lavoravano sul campo a contatto con la realtà sudanese. Mi sono integrata bene, molto in fretta.

Ho conosciuto anche una ragazza, Francesca, con cui ho girato un documentario sulle suore comboniane, andavo con lei nei campi profughi… ma se ritardavo a tornare a casa mi aspettavano i silenzi eloquenti e i musi di mio marito. Poi c’è stata anche la gravidanza. Mi ricordo che stavo sotto l’aria condizionata puntata su 17 gradi e mi mancava l’aria…

Foto di Ahmed Babiker su Unsplash

Ma come ha influito il paese sulla tua vita da moglie di diplomatico, se fossi stata da un’altra parte sarebbe stato diverso?

Il Sudan mi ha entusiasmata da subito, è un paese interessante. Anche gli sguardi degli uomini, che qui sono pesanti, non mi disturbavano. E’ la paura, sono i problemi di sicurezza che fanno sì che tutto sia controllato e monitorato in tempo reale. Il controllo preclude la libertà.

Conducevo una vita solitaria e silenziosa, contornata comunque da amicizie molto belle. E’ stato un periodo importante della mia crescita personale, mi ha aiutato a capire dove voglio arrivare.

Mi ha anche allontanato da mio marito proprio perché i momenti di solitudine e di riflessione personale sono tantissimi. Sono tornata adesso, con tutte le mie esperienze sudanesi, spogliata da questo ruolo e mi sento meglio, contornata da una maggiore umanità rispetto alla Cina. Questo è davvero un paese interessante anche se molto duro, se la gente capisce che hai interesse, un interesse rispettoso, puro e semplice si apre è gentile e accogliente.

Ci sono stati due episodi che hanno segnato in negativo le mie esperienze sudanesi: il primo, durante il periodo in cui in Italia c’era una grande polemica nei confronti del mondo islamico e in Italia erano state fatte battute pesanti su Maometto e Allah ed erano state pubblicate in Danimarca le vignette pseudo ironiche sullo stesso tema. Io ero andata con i bambini a comperare il pane vicino a casa a piedi. Mi piace portare i bambini in modo che si rendano conto di dove vivono e di come vive la gente intorno a loro. Siamo stati avvicinati da un uomo che mi ha chiesto da dove venivo e chi ero. Poi ha guardato mia figlia maggiore e ha detto “questa bambina è mia”. Io sono solo riuscita a dire che quella era solo mia figlia e niente altro.

Christina

Il secondo episodio è stato molto più significativo: dicembre 2008, ero sola con i bambini a Khartoum, mio marito era fuori dal paese. Avevo un appuntamento con l’OVCI (ong italiana) per parlare di lavoro vicino ad un mercato locale nel quartiere più popolare e politicamente più caldo della città: Omdurman.

Stavo aspettando in macchina, con targa diplomatica, quando ho visto due bambini che si avvicinavano. Io avevo sempre con me o dei vestiti o dei giochi usati da dare ai bambini che chiedono elemosina. Sono allora scesa dalla macchina per avvicinarli e loro sono scappati. Immediatamente è arrivato un poliziotto in moto che ha chiesto i documenti del mio autista, parlando solo arabo. All’inizio ho temuto che se la prendesse con lui in quanto profugo eritreo, invece poi la sua attenzione si è rivolta esclusivamente a me. Mi ha chiesto i documenti. Io ho telefonato immediatamente all’ambasciata che ha parlato poi con quest’uomo attraverso il mio telefonino. L’ambasciata mi ha detto poi di attendere una loro chiamata perché dovevano valutare il da farsi. Appena terminato di parlare al telefono è arrivata una macchina con altri due poliziotti.

Hanno cominciato allora a perquisire la mia auto e hanno trovato una telecamera con la quale avevo fatto dei filmati per l’Alfahad University di Khartoum, università per sole donne, unica dove ancora si usa la lingua inglese e dove si trovano testi internazionali. Frequentavo un corso in questa università e i filmati erano parte del mio studio.

Quando i poliziotti hanno visto il nome dell’università sono saliti in macchina con me e siamo partiti. Io non sapevo per dove. Mi avevano anche requisito il telefono. Siamo arrivati all’università dove, con l’aiuto di un professore per la traduzione, mi hanno interrogato per due ore. Mi hanno accusata di aver voluto rapire i due bambini. Ho capito la gravità della situazione quando il professore-traduttore mi ha detto che ero in “big troubles”. Solo con l’intervento del preside della facoltà sono riuscita a liberarmi, firmando una dichiarazione che non sarei uscita dal paese senza previa autorizzazione del governo sudanese. A quel punto sono arrivati anche i rappresentanti della Ambasciata d’Italia, probabilmente chiamati dal preside.

Foto di Yusuf Yassir su Unsplash

Questo è il chiaro esempio di come il privato entra nel pubblico: in paesi come questo è molto grave da parte delle ambasciate non dare un vademecum alle consorti dove spiegare cosa fare e cosa non fare, quali rischi ci sono, le zone dove è meglio non recarsi con auto diplomatica per esempio.

Dopo questo fatto ho ricevuto messaggi di solidarietà da tutti i rappresentanti delle diverse ambasciate ma mi è anche stato detto che io non dovevo andare in quel posto dove mi hanno fermata. Ma come facevo a saperlo se nessuno mi aveva informato? Queste cose possono succedere in paesi instabili come il Sudan.

Quello che ho imparato da questa esperienza è che bisogna impararsi almeno due numeri di telefono a memoria, dell’ambasciata, di qualcuno che ci possa aiutare in caso di bisogno ed essendo sprovvisti del cellulare. Bisogna anche lasciare da parte le idee “romantiche” che spesso ci accompagnano e agire sempre con cautela. Quello che mi è successo è stato gravissimo perché io ho lo status diplomatico e quindi ero sotto i riflettori, stavo super attenta e mi sono sentita sotto osservazione per molto tempo.

Lisaexpat e Christina nel deserto

Comunque io ero pronta per lavorare in Sudan, avevo ricevuto una proposta da parte di una ong, ma proprio a causa del mio status dovevo ricevere l’autorizzazione dall’Ambasciatore o perdere l’immunità diplomatica. Questo avrebbe significato che in caso di evacuazione io avrei rischiato di rimanere nel paese separandomi dal resto della famiglia.

L’ambasciatore mi ha negato il permesso e io ho deciso di non lavorare. Ma ho perso l’occasione di poter lavorare in questo paese, sul campo. Ho cominciato a lavorare volontariamente con Emergency. Ho raccolto storie di via di chi si recava all’ospedale: il più importante centro cardiologico in Africa, raccoglie utenti provenienti anche da diversi e lontani paesi come, ad esempio, l’Iran. Mi affascinava l’idea che diverse culture si incontrassero in uno spazio ristretto, infatti intere famiglie si spostano e soggiornano nell’ospedale per assistere i malati, il più delle volte bambini.

Durante il tuo soggiorno a Khartoum hai anche frequentato un master all’Alfahad University, come dicevi sopra. Come hai conosciuto questa realtà?

Sapevo dell’università ancora prima di venire a Khartoum. E’ un’università riconosciuta in Germania  e Svezia. Ho frequentato un Master propedeutico al dottorato in gender and development. Ero l’unica straniera del corso. Avrei dovuto presentare poi la tesi di dottorato prima dell’incidente diplomatico e invece la presenterò quest’anno, motivo per il quale mi trovo qui adesso. Girerò un documentario sulle storie di vita delle donne del Baiuda desert, focalizzandomi sul loro rapporto con l’acqua. Il documentario sarà realizzato da una equipe sudanese-italiana e  verrà presentato poi nelle scuole qui a Khartoum.

Che emozioni hai provato lasciando il Sudan?

Ho chiuso casa e sono rimasta altri 10 giorni, ospite a casa tua!!! Questo mi ha permesso di sedimentare le emozioni e di salutare tutti gli amici che comunque sono rimasti e sono molto cari. Ci siamo rivisti anche durante l’estate.

Raccontami di Pechino, è un espatrio duro?

In sè offre tantissimo. Tutto ciò che pesava in Sudan è semplificato. E’ una metropoli con tutti i  servizi. Nessuno ti guarda come una prostituta se giri per strada. Puoi fotografare. Ti senti libera. Per le esigenze di una famiglia è perfetta. Essendo molto grande e con un clima rigidissimo in inverno tendi a frequentare poche persone, quelle del tuo quartiere. Gli espatriati là sono diversi….. dopo il Sudan hai meno paure, soprattutto delle infezioni, di vagabondare per le strade usando anche mezzi pubblici; per molti invece Pechino è una sede disagiata, incute timore.

E la lingua, è una barriera?

Una grande barriera. Non esiste nemmeno un body language con cui aiutarsi. Le emozioni non sono messe in gioco nel quotidiano. Ci sono però molte attività culturali. Quello che mi sconvolge è la marea di gente per strada e in metrò. Mi rattrista un po’ assistere all’abbattimento delle case tradizionali, alla velocità di trasformazione a cui questa gente è sottoposta, gente che ha sofferto tantissimo. Vige il Dio denaro, il business. La concorrenza è spietata. Tutto è in continuo movimento e allora corri anche tu. Le serate sono meno divertenti rispetto a quelle di Khartoum e per ora non abbiamo stretto grandi amicizie.

Cosa è per te allora un espatrio duro?

Credo che con l’avanzare dell’età sia importante, nel definire un espatrio, la lontananza dalla tua famiglia di origine. Poi ovviamente quando metti in pericolo la tua vita e quando non c’è una progettualità futura di almeno un anno. Sono però convinta che comunque dove c’è vita si può stare, anche se faticoso. Se hai capacità di adattamento anche in condizioni difficili ce la fai. Sai che è per un periodo, che puoi cambiare e tornare indietro, una condizione comunque privilegiata. Dipende anche molto da come arrivi e da cosa ti aspetti dalla vita.

Lisaexpat
Khartoum, Sudan
Marzo 2010
Foto di testata: Mohammed Eissa su Unsplash
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