Home > Sudamerica > Perù > Elsabie: una storia umana dal Perù al Sudafrica

Vivere in espatrio a volte è anche un’opportunità per entrare in contatto con situazioni che in patria difficilmente si proporrebbero. E un’occasione per mettersi alla prova per qualcuno che, al di là di lingua, etnia, provenienza e convinzione, ha bisogno di noi. Claudiaexpat ci racconta la storia di Elsabie e il suo coinvolgimento personale nella vicenda.

Sono le otto del mattino di sabato 18 marzo. Apro la posta con ansia, sperando di trovare un messaggio importante. E’ arrivato. Ecco cosa dice:

Cara Claudia,
Sono felicissima di comunicarti che Henrietta ed Elsabie sono arrivate sane e salve in Sudafrica e che va tutto bene. Elsabie è in forma, allegra, e già sistemata comodamente in un letto nella nostra sezione ospizio. Henrietta è stanchissima ma molto contenta e ha apprezzato molto la tua ospitalità. Una volta di più ti ringrazio per tutti gli sforzi e ti assicuro che ci prenderemo molta cura di Elsabie. Ti manterrò informata sui suoi progressi. Ieri sono entrata in contatto con sua madre, sua zia e sua sorella, e tutte loro mi hanno chiesto di esprimere la loro gratitutidine a te e a tutte le persone che hanno reso possibile il ritorno a casa di Elsabie. Sua madre ha pianto molto – lei stessa è in una sedia a rotelle, ha avuto un infarto, etc., e ha detto che sarà meraviglioso poter stringere ancora una volta la mano di sua figlia e poterle dire “ti amo”. Per favore ringrazia tutti i donatori e le altre persone che hanno aiutato a realizzare il sogno di questa mamma. Affettuosi saluti, Tilly
”.

Con questo messaggio si conclude una vicenda nella quale io sono stata coinvolta qualche mese fa, ma che per Elsabie durava da molto di più. Esattamente da tre anni, quando, con un carico di cocaina nascosto addosso, questa 32enne sudafricana veniva fermata all’aereoporto di Buenos Aires per un’irregolarità nel passaporto, e rimandata in Perù, da dove proveniva, e dove la polizia l’arrestò sotto accusa di traffico illecito di droga.

Elsebie era una “mula”, come si definiscono i “pesci piccoli” che trasportano modeste quantità di droga dal paese produttore all’estero. Questo era il suo secondo trasporto. Un lavoro ben pagato e non difficile, che le permetteva di guadagarsi rapidamente discrete somme per mantenere i suoi tre figli, dopo che il marito era stato arrestato con l’accusa di abuso sessuale verso di loro.

Elsabie nel suo letto d’ospedale

Elsebie era dunque molto più che una “mula”: era una donna la cui vita era stata marcata da un’estrema povertà, da situazioni di miseria infinita, che era rimasta incinta della prima figlia a sedici anni, e che da sempre si arrabattava per tirare avanti tra mille inconvenienti e in un ambiente fatto di violenza, degrado e povertà. L’ultimo lavoro che ha fatto prima di essere impiegata come mula è stato quello di barista nel porto di Durban, in Sudafrica. Probabilmente è lì che è entrata in contatto con il giro della droga e con la prospettiva di un guadagno facile e rapido.

Catturata dunque all’aereoporto internazionale di Lima, Elsabie viene condannata a due anni e otto mesi di reclusione, e trasferita nel carcere femminile di Santa Monica, a Chorrillos, un quartiere della capitale peruviana. In carcere si trova a contatto con altre connazionali e straniere che stanno scontando pene per lo stesso reato. Il traffico di droga è un business molto lucrativo, e quello che spesso accade è che qualche pesce piccolo venga “sacrificato” per riuscire a far uscire dal paese quantitativi più ingenti di droga.

La vita in carcere scorre dunque scandita dalla solidarietà tra le prigioniere. Fino al giorno in cui Elsabie comincia a perder peso, quasi a vista d’occhio, a tossire, ad accusare dolori e fitte in varie parti del corpo. Le regole carcerarie sono ferree, in questo senso: quando una prigioniera si lamenta di qualche dolore bisogna innanzitutto escludere che non lo faccia per desiderio di essere trasportata all’ospedale pubblico della città e quindi uscire anche se per poco dal carcere per vedere il mondo esterno. Al minimo problema si somministra dunque un antidolorifico generico, e se il problema non passa in questo modo, sta alla persona farselo passare da sé.

Ma il dolore di Elsabie è un vero monito di qualcosa di tragico che sta per accadere: a due anni e due mesi dal suo ingresso in carcere Elsabie viene colpita da una grave trombosi che la manda in coma. Viene trasportata in un ospedale pubblico nel centro di Lima, dove le viene diagnosticato l’AIDS, e dove riceve le prime cure, anche se in quel momento le speranze di salvarla sono molto poche. Invece ce la fa, esce dal coma e si riprende. Ma non è la stessa donna di prima: la trombosi l’ha lasciata paralizzata nel lato sinistro del corpo. Elsabie non può più parlare correttamente, ha il braccio sinistro rattrappito sotto al seno, e la gamba sinistra bloccata con il piede all’altezza dell’inguine.

Con le infermiere che l’hanno curata tutti questi mesi

Immediatamente viene richiesta e concessa la grazia presidenziale per il suo caso. Da un giorno all’altro Elsabie viene scarcerata, e temporaneamente accolta nell’ospedale pubblico che l’ha assistita al momento della trombosi. Questa dovrebbe costituire una sistemazione temporanea, perchè Elsabie non ha nessuno che possa farsi carico delle sue spese mediche e l’ospedale non dispone di fondi per questo tipo di casi.

Inizia la ricerca di un letto che la possa accogliere a lungo termine, perchè le difficoltà per farla rientrare in patria sembrano insormontabili: Elsabie è paralizzata e ha dunque bisogno di qualcuno che l’accompagni durante il viaggio, quindi i biglietti aerei da procurarsi sono due. Deve viaggiare in business class perchè le sue condizioni non le permettono di accomodarsi nei piccoli sedili in classe economica, e il passaggio risulta dunque ancora più caro. Ovviamente non ha un soldo con sé, e la sua famiglia in Sudafrica vive in condizioni estremamente povere. Inoltre non ha un passaporto valido, e la pratica burocratica per poterle rilasciare un salvacondotto per viaggiare è lunga e tortuosa, senza contare che deve pagare una forte multa per tutti i giorni che ha trascorso in suolo peruviano dal momento in cui è stata graziata e non aveva un visto ufficiale per soggiornare. Nessuno sembra disposto ad accollarsi questa gatta da pelare, ed Elsebie comincia così un lungo calvario nel letto d’ospedale che diventerà la sua casa per dieci lunghi mesi.

Io la conosco all’inizio di dicembre dello scorso anno, quando vengo a sapere di lei da un’amica che lavora in ambito umanitario, e me ne segnala il caso. Entro dunque in contatto con un gruppo di donne eccezionali, che su base puramente volontaria hanno aiutato Elsabie da quando l’han conosciuta – una, Maria Isabel, che lavora per un progetto di aiuto ai carcerati, la conosceva quando Elsabie era ancora prigioniera nel carcere di Santa Monica, l’altra, Maria Luisa, una volontaria di Prosa, associazione che fornisce auto aiuto alle persone che vivono con l’HIV/AIDS, che è stata al fianco di Elsabie dal primo giorno in cui è entrata, in coma, in ospedale. A queste due donne caparbie e coraggiose se ne sono aggiunte altre, che a titolo puramente umano e personale vogliono dare una mano per ripatriare Elsabie. Io mi aggiungo al gruppetto, e nasce l’idea di un evento sociale con la comunità di espatriati, allo scopo di raccogliere i fondi necessari a far venire l’infermiera e pagare i biglietti aerei per entrambi.

Dicembre è però purtroppo un mese molto “intenso” per la comunità espatriata, e non si riesce a trovare un giorno in cui sia fattibile organizzare un evento che abbia un minimo di successo. Inoltre Elsebie sta soffrendo di TBC encefalica benigna ma altamente contagiosa, e non può dunque viaggiare.

Elsabie con il gruppo di donne che l’hanno aiutata

Riprendiamo le fila del discorso a gennaio, quando Elsabie sta un po’ meglio. Cominciamo a stilare elenchi di possibili invitati, a fare previsioni, a calcolare quanto sarà necessario per l’intera impresa. A volte ci disperiamo di fronte alle nostre poche forze e all’enormità della somma che dobbiamo raccogliere. Fino a quando una sera a mio marito viene un’idea brillante: perchè invece di chiedere soldi alla gente non chiediamo miglia aeree??? Ogni compagnia aerea regala ai suoi viaggiatori delle miglia che vengono accumulate per emettere nuovi biglietti, e nella comunità di espatriati non mancano certo funzionari di organismi internazionali e manager che viaggiano in lungo e in largo e sicuramente avranno accumulato un numero di miglia tale da permettere una donazione.

Le reazioni sono positive. Troviamo subito chi è pronto a donare. Facciamo pressione sulle linee aeree perchè ci dicano la procedura da adottare e acconsentano di emettere dei biglietti con miglia donate da più persone. Tanta e tale sono la nostra insistenza e determinazione, che le linee aeree decidono di donare i biglietti di loro spontanea volontà. Di fronte a questa bella notizia la frenesia e l’eccitazione si impadroniscono di tutte noi. Ognuna si adopera per risolvere i vari dettagli pratici che il nuovo panorama ci pone di fronte: io mi incarico di cercare un’infermiera sudafricana che possa viaggiare immediatamente, Maria Luisa segue il problema della febbre gialla (Elsabie deve venire vaccinata contro la febbre gialla per poter fare il cambio di volo in Brasile, ma dato che soffre di AIDS e le sue difese immunitarie sono basse, prima di vaccinarla bisogna farle degli esami preliminari, e anche questo prende tempo), Maria Isabel si mette in moto per ottenere i documenti di viaggio necessari, Grace e Anilù tengono i rapporti con le compagnie aeree, i medici che devono stilare i rapporti necessari al viaggio, etc.

Con Claudia e Herietta

Fissiamo una data, troviamo un’infermiera. Henrietta, una settantenne sudafricana che lavora nel centro di accoglienza per malati terminali di AIDS dove Elsabie verrà ospitata al suo rientro in patria, arriva in Perù con un cipiglio, una calma, e una serenità che non danno adito a nessun tipo di preoccupazione per il rientro in Sudafrica con Elsebie a carico.

In effetti le preoccupazioni son tante: da mesi Elsebie sta sdraiata e affrontare un viaggio di due giorni in carrozzella e sedile aereo ci sembra un’impresa superiore alle sue forze. Non può camminare, usa il pannolino per i suoi bisogni, e cambiarlo in volo non è certo la cosa più pratica. La compagnia aerea è preoccupata del disagio che potrebbe creare agli altri passeggeri. C’è inoltre una pausa di alcune ore a Sao Paolo in Brasile, tra un volo e l’altro, troppo breve per portare Elsabie in un hotel fuori dall’aereoporto, troppo lunga per farla restare seduta tutte quelle ore in carrozzina. A poco a poco i problemi vengono risolti come per magia, tutte le persone coinvolte nell’avventura danno prova di un’eccezionale umanità e disponibilità.

Giovedì 16 marzo io e Henrietta ci rechiamo all’ospedale per preparare Elsabie. Intorno al suo letto si sono riunite molte ex compagne di carcere, i loro amici, il personale dell’ospedale che ha accudito amorosamente Elsebie in questi mesi. L’emozione è alta, Elsebie passa dal riso al pianto, le infermiere sono commosse. La vestono, preparano le sue poche cose, danno istruzioni a Henrietta sulle medicine da somministrarle durante il viaggio. Elsebie viene trasportata in aereoporto con un’ambulanza. Ad attenderla ci sono tutte le donne che hanno reso possibile quanto sta accadendo. Facciamo il check-in, il personale delle linea aerea è eccezionale, manca solo una firma al salvacondotto di viaggio che l’ambasciata sudafricana ha rilasciato per l’occasione. Il documento arriva alle otto di sera, a un’ora dal decollo. Elsebie è esausta. L’accompagnamo fino a dove possiamo, l’abbracciamo, piangiamo tutte. E’ un momento incredibile.

Con lo staff della linea aerea a pochi minuti dall’imbarco.

Conoscere Elsebie e la sua vicenda umana è stata un’esperienza profonda, difficile da descrivere a parole. Ho voluto raccontarne la storia non solo perchè non dobbiamo mai dimenticarci che donne meno fortunate di noi, che nascono in altri contesti e ad altre latitudini, si trovano a vivere tragedie di tali proporzioni, ma anche e soprattutto perchè questa vicenda è un esempio di solidarietà disinteressata, di impegno umano, e di quanto si possa ottenere quando si uniscono gli sforzi e la motivazione è tanta. Di esempio per tutte noi siano anche la dignità e la forza d’animo dimostrate da Elsebie dal momento in cui la trombosi l’ha colpita. Questa è anche una vicenda tutta al femminile, e come tale va festeggiata.

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Lima, Perú
Marzo 2006
Tutte le foto ©ClaudiaLandini
Tranne la foto di testata
di Joel Herzog su Unsplash

 

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