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Claudiaexpat condivide la sua esperienza di volontariato in espatrio, e qualche ricordo.

 

Il volontariato è sempre nella lista dei cosiddetti vantaggi che vengono attribuiti all’esperienza dell’espatrio quando si è partner al seguito e non si può lavorare nel paese d’accoglienza. E non a caso. Il volontariato in espatrio è il modo migliore per entrare in contatto con la comunità locale e di penetrarne la cultura, cosa per cui chi accompagna in genere deve lottare, dato che non ha a disposizione uffici o posizioni di lavoro al di fuori della casa nel nuovo paese.

Il volontariato in espatrio, inoltre, è spesso una grande opportunità per acquisire nuove skills e conoscenze che possono essere usate in futuri progetti professionali – o come esseri umani. Non in ultimo, dà un senso di struttura alle giornate, e permette di fare nuove conoscenze.

Qualche giorno fa ho incontrato una persona che vive a Jakarta da tre anni, e che tra altre cose mi ha raccontato che fa volontariato una volta alla settimana in una casa rifugio per bambini di strada, e le piace da pazzi. Ho sentito un tocco di malinconia. Adesso che il mio nido è vuoto, assisto a un aumento inatteso di lavoro, che non mi lascia sufficiente tempo per fare volontariato. E questo mi fa apprezzare ancora di più le bellissime esperienze di volontariato in espatrio che ho avuto nei miei precedenti paesi.

voluntary work

L’ospedale a Tegucigalpa

Quelle che ricordo con più affetto sono l’esperienze in Honduras e a Gerusalemme. In Honduras ero entrata a far parte di un’associazione di mogli di funzionari di organizzazioni internazionali, e nonostante il mio scetticismo iniziale (erano tutte donne più anziane di me, eleganti, con grandi case e macchine, e un sacco di aiuto domestico), questa si è rivelata una delle più importanti esperienze umane della mia vita.

Aiutavamo in vari modi l’Unità Pediatrica Ustionati del più grande ospedale pubblico della capitale: passavamo del tempo con i bambini vittime di ustioni, e le loro famiglie; compravamo medicine per i casi più urgenti che non avevano possibilità di coprire i costi elevati di medicinali rari e carissimi, e abbiamo persino ricostruito ed equipaggiato un’area vuota dell’ospedale per trasformarla in un’area dove i bambini potevano giocare e fare i loro esercizi di riabilitazione.

E’ stato un periodo fantastico, che mi ha avvicinata a un mondo di miseria e disperazione – molti dei bambini si ustionavano perchè venivano lasciati a casa da soli, o perchè i genitori erano troppo occupati a sbarcare il lunario o troppo stanchi per prendersi cura dei figli dopo una giornata di lavoro disumana – ma anche a un’umanità e una solidarietà incredibili. Ho incontrato fantastici infermieri e dottoresse che avevano veramente a cuore i loro piccoli pazienti e facevano l’impossibile per aiutarli a superare la loro triste condizione. Ho imparato tantissimo sulle ustioni, la riabilitazione, i medicinali e l’AIDS (a un certo punto aiutavamo anche bambini con questo virus), e sui meandri del sistema di salute locale. Raramente mi sono sentita così utile come quando incontravo il mio gruppo di signore volontarie una volta al mese, e insieme pianificavamo come fare per aiutare l’ospedale a migliorare i propri standard per i bambini.

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Giocando con Semira a Gerusalemme

La prima esperienza a Gerusalemme è stata altrettanto soddisfacente che quella di Tegucigalpa, anche se in questo caso lavoravo solo con i beneficiari e non avevo contatti con l’amministrazione del grande convento che ospitava un gruppo di disabili adulti abbandonati. Queste persone, che avevano ogni sorta di disabilità, dalla più piccola alla più seria, contavano sui volontari per uscire e vedere un po’ di vita in città. Ogni mercoledì li raggiungevo, li aiutavo a far colazione, li intrattenevo un pochino e poi, con altri volontari, si usciva per un lungo giro della Città Vecchia.

Ho ricordi molto vividi del calore e dell’amore che provavo mentre passeggiavamo per le vecchie strade tenendoci per mano, salutando i negozianti, chiacchierando – o cercando in qualche modo di comunicare – che le persone che portavamo fuori. Poi ci sedevamo tutti e facevamo merenda nel quartiere cristiano, grazie a un fantastico negoziante che ci aspettava sempre per darci biscotti, bibite e patatine. Quando arrivava la giusta stagione li portavamo in piscina o a raccogliere le olive. Mi sono sempre sentita vicinissima a loro.

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Con Issa, il fisioterapista del team che coacchavo a Betlemme, e che è diventato un caro amico.

La seconda esperienza mi è stata più utile dal punto di vista professionale, ma altrettanto ricca umanamente. Una mia amica che aveva fatto da coach per lo staff di un centro per giovani adulti disabili a Betlemme doveva partire, e mi ha chiesto di sostituirla.

Io stavo per completare la mia formazione come coach, e ho pensato che avrei potuto provare. Il team è rimasto molto soddisfatto del mio lavoro, e io mi sono sentita in poco tempo molto vicina sia a loro che ai beneficiari dell’associazione, che incontravo brevemente quando arrivavo per dare la mia sessione di coaching di gruppo, e prima che loro partissero per tornare a casa.

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Elsabie, la giovane sudafricana che abbiamo aiutato a rimpatriare

Questi sono i momenti che mi vengono subito in mente quando penso al mio volontariato in espatrio, ma naturalmente c’è stata anche quella volta in Angola, quando mi sono offerta come volontaria per insegnare inglese ai giovani della Croce Rossa Angolana e alla prima lezione mi sono trovata con…74 studenti! O il lavoro che ho fatto in Perù con un gruppo di donne determinate a rimpatriare una giovane donna sudafricana accusata di spaccio di droga, e poi graziata perchè durante la pena in prigione aveva avuto un embolo ed era rimasta parzialmente paralizzata. O l’aiuto che ho dato nel gestire il sito web di un’associazione di bambini di strada in Perù, o nel correggere i sottotitoli di un film palestinese sulla difficile situazione dei matrimoni tra Palestinesi di Gerusalemme e della West Bank.

Nel mio viaggio nel volontariato in espatrio, sono sempre stata spinta da due elementi di primaria importanza per me: aiutare gli altri e conoscere il più profondamente possibile la mia cultura ospitante. E dando un significato importante alla mia vita all’estero, sono cresciuta come persona conoscendo da vicino le difficili condizioni di molti, e in particolare attraverso il potere universale della solidarietà e del supporto.

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Jakarta, Indonesia
Febbraio 2015

 

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