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fine dell'espatrio

Claudiaexpat è rientrata in Italia a fine ottobre ’23, dopo trentaquattro anni di vita all’estero. In questo articolo condivide le sue riflessioni, e alcuni spunti forse utili a chiunque si troverà ad affrontare la fine dell’espatrio.

 

fine dell'espatrioIl 31 ottobre 2023 ho varcato la soglia della mia casa ginevrina, sono salita sulla nostra macchina, carica fino al tetto e comprensiva di gatta urlante, e dopo un viaggio di nove ore ho aperto la porta della mia adorata casa toscana. Per restarci.

Erano anni che aspettavo quel momento. Anche se per me vivere fuori dall’Italia non è mai stata una sofferenza, stare lontana da questa casina che ho amato dal primo momento in cui l’ho vista, con il passare degli anni diventava sempre più duro.

Al di là di ogni romanticismo, però, la fine dell’espatrio rappresenta una tappa talmente forte e importante, che non posso certo esimermi dall’analizzarla in tutti gli aspetti che ho scoperto finora. Dico finora perché la transizione tra una vita spesa cambiando continuamente paesi e culture, e la stanzialità nella propria patria sarà lunga, spesso sorprendente, e sicuramente fluida.

Un cambiamento d’identità radicale

La prima cosa, anche un po’ ovvia, che marca questo passaggio è che non sono più un’espatriata. Questo era ciò che più mi terrorizzava, insieme alla paura di perdere una vita fatta di mille lingue straniere, persone di ogni dove e stimoli dati dalla continua scoperta di usi e costumi diversi. In realtà, il famoso detto “once an expat, always an expat” si è rivelato quanto di più vero ho sentito negli ultimi mesi in riferimento alla mia nuova condizione. Non è possibile, per me, separare la mia vita in periodi netti: la gioventù milanese, tutta una vita adulta all’estero, e ora la mia vita stanziale in Toscana. Ogni singolo momento della mia vita finora ha costruito la mia identità. E indipendentemente da dove questa si colloca, io resto la donna formata da miliardi di sensazioni, sapori, volti, scoperte, lingue e così via, che si è costruita nel corso di una vita, ma in particolare negli ultimi trentaquattro splendidi anni.

Anzi, quest’identità, la sua forza, completezza e potenza, la sento ancora di più ora che sono messa a confronto con una situazione a me totalmente inedita: la stanzialità a tempo indeterminato.

La stanzialità a tempo indeterminato

Mi sono resa conto pienamente di quanto sia stato pesante negli ultimi trentaquattro anni vivere sempre con degli orizzonti temporali limitati, solo quando mi sono ritrovata ad essere stanziale a tempo indeterminato. All’arrivo in nuovi paesi, ho sempre sofferto per due motivi: i miei figli, perché sapevo che sarebbe prima o poi arrivato il momento del doloroso addio per loro, e il mio lavoro, quando l’ho ripreso, perché ogni spostamento implicava aggiustamenti spesso onerosi sotto tanti punti di vista. Adesso mi sorprendo, ogni tanto, a gioire in maniera profonda del fatto che posso fare piani sul lungo periodo e so che nessun datore di lavoro o circostanza mondiale interverrà a sconvolgerli. La sensazione di sollievo che questo mi provoca mi fa capire quanto spesso io abbia stretto i denti nella mia vita all’estero.

Il ridimensionamento nella vita di coppia

Tutta la vita di coppia tra me e mio marito si è svolta in un “altrove”. Abbiamo in comune un’infanzia e giovinezza milanese, ma noi come famiglia ci siamo sviluppati sempre in realtà diverse e in costante mutamento. Il suo lavoro, poi, è stato incredibilmente, profondamente e totalmente coinvolgente, sia in termini di tempo ad esso dedicato, ma anche come esposizione a realtà forti, estreme. Ritrovarci ora, dopo tutti questi anni di impegno costante, a poter fare piani in totale libertà, e a spendere buona parte delle giornate sotto lo stesso tetto, è un cambiamento epocale. Per lui, che si trova improvvisamente con un’incredibile quantità di tempo libero; per me, che vivevo la mia vita con grandi spazi di solitudine da lui, sempre preso dal lavoro; per noi, che dobbiamo ritrovare dei ritmi completamente diversi, e costruire il nostro stare insieme su presupposti nuovi.

Onestamente guardavo a questa parte della fine dell’espatrio con un timore che si è poi rivelato esagerato. Vedo nella vita di mio marito che fermarsi dal lavoro, pur con il rincrescimento di non essere più in prima linea per gli altri, valore per lui da sempre imprescindibile, riserva spazi di benessere che si apprezzano solo e veramente quando ci si ferma. E questo sta avendo una ricaduta benefica su tutto ciò che lo circonda, me compresa.

fine dell'espatrioQuello che davvero mi manca della fine dell’espatrio

È una cosa che temevo, e che si è rivelata vera: mi manca tantissimo vivere una vita parlata in mille lingue diverse. Credo che questo sia l’unico punto, finora, che m’intristisce. Gli altri timori – il viaggiare meno, conoscere meno persone, essere circondata perlopiù da italiani/e e non stranieri – si sono rivelati infondati. Ho la fortuna di vivere in un luogo che viene scelto da una vastissima popolazione di tante parti del mondo come casa. Conosco continuamente persone nuove perché mi muovo e provo cose diverse all’interno della mia nuova realtà – e poi far rete è sempre stato un po’ il mio forte. Ma le lingue, ecco, quelle sì mi mancano. Mi manca intendermi in una lingua diversa nel mio quotidiano, il passare dall’italiano, al francese e poi allo spagnolo con grande naturalezza perché i miei interlocutori mi sollecitavano via via queste lingue, mi manca salire sul tram e ascoltare inglese, francese, etiope, arabo, portoghese e russo, tutto nel giro di poche fermate. Il fatto di essermi comunque creata una comunità di amici e amiche di nazionalità svariatissime mi garantisce comunque di riuscire ancora a comunicare con le lingue che conosco. Continuo, naturalmente, a leggere in lingua, se posso, e cerco sempre l’occasione di allenare il francese o lo spagnolo con le persone che incontro qui. Ma se c’è una differenza che ho sentito netta rispetto alla mia vita precedente, è proprio questa.

Un cambiamento forte nel lavoro

Tutta la mia carriera è nata e cresciuta sul mio essere espatriata. Ho lavorato tanto come formatrice interculturale proprio perché mi trovavo fisicamente in paesi dove c’era un alto tasso di rilocazione. Nel mio lavoro di coach, ho assistito perlopiù partner accompagnanti, persone, come me, che cambiavano spesso paese e dovevano ogni volta ricostruire le coordinate affettive, professionali e sociali. In realtà con il passare dei mesi mi rendo conto che tutta questa parte di professionalità legata all’espatrio non va perduta. Anzi, mi sento di avere chiuso un cerchio, e di poter quindi tirare le somme con cognizione di causa, il che mi fa sentire ancora più empatica verso i miei clienti di coaching. È però innegabile che un cambiamento di questo tipo mi ha richiesto – e continua a richiedermi – aggiustamenti professionali sotto tanti punti di vista. L’aspetto positivo? L’espatrio mi ha insegnato ad essere elastica e creativa, e queste skills mi stanno servendo tanto per apportare quegli aggiustamenti necessari in tante sfere del mio lavoro.

fine dell'espatrioIn ultimo, il mio rapporto con l’Italia

Essere presente senza limiti temporali nella madre patria ha portato tanti piccoli e grandi cambiamenti nella mia relazione con lei. Adesso ho una residenza fissa, una dottoressa di base, un comune a cui fare riferimento con sicurezza per tutti i miei documenti. Seguo le vicende italiane – le più vicine e le più lontane – in maniera approfondita, non solo perché ora mi toccano direttamente, ma perché ci sono dentro. E se prima dell’espatrio guardavo con un misto di orrore all’idea di “provincializzarmi”, di restringere cioè il mio orizzonte alle piccole faccende italiane, ora godo del fatto di approfondire arte, cultura e accadimenti in questo mio paese. In fondo è quello che ho fatto con tutti i paesi che mi hanno ospitata: seppur per un periodo limitato, ho seguito con passione quello che accadeva, ho visito luoghi, respirato cultura, e così via. Perché non farlo ora con l’Italia? Mi sento come se fossi arrivata in un paese nuovo, come se fossi un’espatriata un po’ alle prime armi, con il privilegio di scoprire cose che prima non avevo tempo di scoprire, e di calarmi nell’attualità e nella politica del paese. In fondo mi chiedo: che male c’è? Ho vissuto tutta la vita imparando cose su paesi africani, disparità in America Latina, ingiustizie in Palestina, rituali e fantasmi in Indonesia, il colore dei soldi in Svizzera, perché non lasciarmi andare, ora, a tutto quello che un paese come l’Italia può offrire? Spiace essere arrivati proprio in un momento così moralmente basso nella storia del nostro paese. Ciò non toglie, però, che io senta gioia all’idea di esserci – esserci per godermi l’Italia a 360° dopo averla così a lungo trascurata.

Buoni rimpatri a tutte!

Claudia Landini (Claudiexpat)
Volterra, Italia
Luglio 2024
Tutte le foto @ClaudiaLandini

 

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