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biografia del gusto

In linea con il nostro tema del mese, Le nostre biografie alimentari, Fedexpat ci porta attraverso una biografia del gusto, in questo caso la sua, davvero appassionante!

 

Quando sono in Toscana il mio pasteggiare favorito è il pinzimonio con verdure e frutti di stagione accompagnato da del pane di farine integrali e sciocco, toscanismo che suscita sempre tanta ilarità e che significa senza sale, olio d’oliva, dell’eccellente aceto di vino sempre più difficile da trovare, e da un ovetto sodato al punto giusto o da un pecorino, oppure, se è stagione, da della ricotta o da dei legumi freschi dalla primavera a fine estate e secchi d’inverno.

Se sono in Toscana appunto, e non per ottuso campanilismo ma per amor di territorio. I cibi sono inestricabilmente in relazione con i territori, l’aria, l’acqua, l’umidità tutto un concerto che crea l’esperienza. Quante volte ci capita di dire che la marmellata di mirtilli mangiata all’Abetone era diversa. Ovviamente! Perché riportata a casa quella marmellata inizierà il suo dialogo cinestetico con l’ambiente e cambierà.

Quando viaggio attraverso i territori applico pochi semplici criteri per scegliere cosa mangiare: prodotti del territorio rigorosamente stagionali dall’ortofrutta alle carni al pesce passando per uova, formaggi e legumi.

Cereali possibilmente integrali, in quanto a pallore basto io. E ovviamente il pane, qui alzo le mani, con il sale proprio non mi piace.

biografia del gustoProdotti coltivati con mentalità e pratiche di orientamento biologico e ci tengo a specificare di orientamento perché vivendo in Toscana e in Palestina conosco molte realtà che non sono certificate eppure potrebbero essere definite bio.

Se si tratta di prodotti importati che facciano parte dei percorsi equi e solidali (fair trade).

E in ogni caso, sempre che le persone siano onestamente retribuite e non sfruttate per questi lavori che ci sfamano e fanno cultura.

Per me mangiare è andare alla ricerca dei prodotti sul territorio. Ora, a casa mia non smettono di considerare le mie delle fissazioni che mi limitano.

In realtà a me piace l’estetica del gusto in tutte le sue declinazioni. L’attitudine all’ascolto, all’osservazione e alla ricerca che si manifestano anche nelle mie scelte culinarie si sono rivelate un gancio relazionale incredibile perché mentre mi sposto in auto e quando arrivo in un posto, mi metto subito ad andar per botteghe, mercati, allevatori e agricoltori, entrando, esplorando i territori e interagendo con chi li abita e li conosce intimamente. Va da sé che prediligo scegliere posti per pernottare dove dispongo di un piccolo spazio per prepararmi i piatti, i campeggi sono meravigliosi e il camper è una soluzione perfetta. Amo moltissimo essere invitata nelle case gastronomicamente affini; da bambina spesso ho mangiato alle tavole delle contadine ancora operanti nelle case con le cucine dai pavimenti arrangiati e gli spazi di vita e lavoro intrecciati; le mani di quelle donne erano potenti di forza fisica, aromi e segnate dai lavori svolti fin da piccoline.

Le mie radici affondano nelle mie nonne, due “selvagge” che in tempi pre telefoni cellulari mi portavano a giro per campi a raccogliere erbe selvatiche e di stagione, mi basta evocarlo per sentire l’odore dell’origano. E poi da queste contadine residuali a prendere le patate, in montagna, i mirtilli a fine agosto all’Abetone, l’olio la nonna toscana lo prendeva a San Gimignano dove era nata e vissuta per tanta parte della sua vita e la nonna pugliese se lo faceva arrivare dalla Puglia e dalla Puglia arrivavano i San Marzano, chili e chili perché li trasformava in conserve buone per tutto l’inverno.

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La farina di castagne si andava a prenderla, si andava fisicamente, cioè non si ordinava per posta! in Casentino e a Migliana (vicino casa).

I vini erano un gran bel giro d’Italia.

Il tutto colorato da contrattazioni estenuanti e le arrabbiature venivano mitigate dalle donazioni di frutta di fine stagione a buon mercato che a casa veniva trasformata in marmellate.

Le cantine di queste due matte erano tutto un orchestrare di sapori e tutto doveva essere conservato al buio.

Io ho cominciato a mangiare porcai da supermercato quando è morta la nonna materna con cui vivevamo. La nonna paterna, per fortuna di casa due strade dopo, allora lavorava ancora e ha potuto sopperire a questo vuoto solo parzialmente. I miei genitori per qualche motivo a me ignoto si sentono eterni figli, sarà la generazione!

Comunque, la semina, è proprio il caso di dirlo, era fatta e io ad un certo punto mi sono ritrovata a comportarmi come le mie nonne fino a farne uno stile di viaggio perché uno dei motivi dei miei continui sconfinamenti territoriali è motivato dal cibo e dalla storia, quella con la S maiuscola. E allora via verso Arquà Petrarca sulle tracce dell’omonimo letterato e del brodo di giuggiole. E poi all’Orsigna seguendo i sentieri che i carbonai hanno solcato per secoli e lungo le impronte meditative di Terzani e della farina di castagne, oltre ovviamente ai mirtilli come da tradizione famigliare. E poi in val d’Orcia a cercar l’olio d’oliva e il treno a vapore, unico mezzo con cui si può attraversare un pezzo di terra altrimenti non percorribile.

E lungo il Casentino, Poppi, Arezzo, le castagne certo, ma anche i monasteri francescani e le rotte maremmane con i butteri e gli allevatori e le allevatrici di pecore che quasi conoscono una ad una, a prender pecorini di stagionature (che lemma importante per noi educati alla grande distribuzione che ci scollega dalla terra).

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E poi oltre le Alpi, uno dei percorsi che amo di più è attraversare le Alpi occidentali passando da Torino, strada statale e ritrovarsi in Francia piano piano e poi lungo la strada fino a Cluny; uno dei luoghi mistici più densi di Europa con la Verna e la Scarzuola. C’è chi arriva a sostenere che la terra è percorsa da vene energetiche particolarmente intense e questi luoghi pare ne siano interessati; una bella storia da evocare.

E ovunque contadine e contadini, allevatrici e allevatori perché qui affonda il nostro sapere.

La cosa incredibile è che seguendo le tracce agricolo pastorali dei territori si mangia benissimo ovunque. Ma soprattutto si entra in relazione intima con le persone e i luoghi.

È successo anche in Palestina. La mia conoscenza del territorio passa principalmente da questo canale e la mia conoscenza storica, sociale e culturale di queste genti e di questa terra ha abbattuto i pregiudizi nei miei confronti in quanto europea, ovvero colonizzatrice.

Mio suocero, lo ho scritto tante altre volte, ma davvero mi commuove, ha piantato dieci carrubi perché io andavo a farmi fare la farina al molino di Al Bire, il comune vicino a Ramallah in direzione Gerusalemme. E quando andava a Ya’bad, suo villaggio natale nella provincia di Jenin, tornava con le cassette cariche di frutta matura perché sapeva che avrei fatto le marmellate. Più volte mi ha accompagnata nelle mie esplorazioni storiche territoriali raccontandomi e facendomi vedere le tracce, scavi archeologici abbandonati e ben protetti dalla vegetazione che tali devono rimanere perché se un israelian* li adocchia li distrugge o depreda per cancellare la Palestina con il complice silenzio delle istituzioni internazionali che sanno e non denunciano né fermano. Vecchie stazioni di treni. I palazzi del periodo ottomano. Lui, mia suocera e le agricoltrici/allevatrici da cui mi servo mi hanno letteralmente alfabetizzata per poter leggere il territorio.

Le mie nonne proseguivano consuetudini alimentari apprese nell’infanzia in un’Italia pre industriale e le hanno portate avanti, scegliendo, non so quanto consapevolmente, ma io ricordo le loro critiche ai prodotti confezionati e alla pessima qualità dei prodotti freschi del supermercato. Per loro non conoscere chi li coltivava e trasformava era sospettoso a prescindere, figuriamoci poi se qualcosa veniva dall’altra parte del mondo! Queste loro osservazioni io le ho assorbite e indubbiamente la mia è una scelta politica di giustizia sociale e come loro cucino, non perché sono una donna, perché sono una storica specializzata in questioni di genere e intersezionalità. La cucina di casa mia è un parlamento e con i pomodori di stagione presi dalle coltivatrici di Nablus che da anni si cimentano con pratiche di attitudine biologica, coinvolgo mio figlio abbattendo gli stereotipi di genere trasformando il lavoro domestico in cooperazione e solidarietà, raccontando di geopolitica e sfruttamento, di storia circondati da aromi e profumi appetitosi.

Uno dei luoghi che amo frequentare durante l’anno è Baratti. Costa etrusca. Scavi archeologici da far girare la testa; impossibile resistere.

Nel 2013, di ritorno da Parigi andammo a oziare nel famigliare campeggio. Un giorno dopo aver pasteggiato con il pescato di stagione continuammo il nostro viaggio nella storia di Napoleone che allora stimolava grande attrazione su quel bambino che avendo percorso le stesse strade che quell’uomo piccolino di statura aveva solcato duecento anni prima era rimasto fortemente impressionato.

Da quelle coste con l’aria mossa dal vento, i riflessi del sole nell’acqua che ci facevano strizzare gli occhi e le mie parole a ricostruire le vicende di quel tentativo di riconquistare il potere e del rientro a Parigi hanno segnato indubbiamente l’amore per la storia e per i racconti di mio figlio.

A tavola!

Federica, da Ramallah e con il cuore a Jenin, all’uliveto, ai carrubi…
Settembre 2024
Tutte le foto ©FedericaMarri

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